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18 Marzo 2013

GANITUMAB IN ASSOCIAZIONE A EXEMESTANE O FULVESTRANT IN DONNE IN POST-MENOPAUSA CON TUMORE AVANZATO DELLA MAMMELLA HR-POSITIVO

L’aggiunta di ganitumab al trattamento endocrino nelle donne con carcinoma mammario positivo ai recettori ormonali (HR), localmente avanzato o metastatico, trattato precedentemente, non ha migliorato gli ‘outcome’ clinici. I fattori di crescita simili all’insulina (IGF-1 e IGF-2) si legano al recettore IGF-1R aumentando la proliferazione cellulare e la sopravvivenza. Ganitumab è un anticorpo monoclonale IgG1 che blocca il recettore IGF-1R. Ricercatori europei e colleghi australiani, canadesi e statunitensi hanno condotto uno studio randomizzato, controllato, in doppio cieco, di fase II che ha testato l’efficacia e la sicurezza dell’aggiunta di ganitumab al trattamento endocrino in pazienti con tumore mammario HR-positivo sia ambulatoriali che ospedalizzate. A questo scopo hanno arruolato donne in post-menopausa con tumore mammario HR-positivo, localmente avanzato o metastatico, trattate precedentemente con terapia endocrina. L’assegnazione del trattamento è stata eseguita con randomizzazione (2:1) centrale, attraverso somministrazione endovenosa (e.v.) di ganitumab (12 mg per kg di peso corporeo) o placebo in combinazione, in aperto, con fulvestrant per via intramuscolare (500 mg al giorno 1, poi 250 mg ai giorni 15 e 29 e ogni 28 giorni) o exemestane per via orale (25 mg una volta al giorno), in cicli di 28 giorni. Le pazienti, gli investigatori, il personale di monitoraggio dello studio e dello sponsor non erano al corrente dell’allocazione di trattamento. La risposta è stata valutata ogni 8 settimane. Endpoint primario era la sopravvivenza mediana libera da progressione nella popolazione ‘intention-to-treat’. Gli investigatori hanno analizzato la sopravvivenza globale come uno degli endpoint secondari. Nello studio pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology (leggi abstract) sono state selezionate 189 pazienti e arruolate 156 (106 nel gruppo randomizzato a ganitumab e 50 in quello a placebo). La sopravvivenza mediana libera da progressione non è risultata significativamente diversa tra i due gruppi (3.9 mesi, IC 80%: 3.6 – 5.3, vs 5.7 mesi, IC 80%: 4.4 – 7.4; hazard ratio [HR] 1.17, IC 80%: 0.91 – 1.50; p = 0.44). Tuttavia, la sopravvivenza globale è risultata peggiore nel gruppo trattato con ganitumab che in quello a placebo (HR 1.78, IC 80%: 1.27 – 2.50; p = 0.025). Ad eccezione dell’iperglicemia, gli eventi avversi erano generalmente simili tra i due gruppi; il più comune evento avverso di grado 3 o più alto era la neutropenia, manifestatasi in 6 delle 106 pazienti (6%) trattate con ganitumab e in una delle 49 (2%) nel gruppo a placebo. Iperglicemia è stata riportata da 12 delle 106 pazienti (11%) nel gruppo che ha ricevuto ganitumab (6 con iperglicemia di grado 3 o 4) e nessuna delle 49 nel gruppo a placebo. Eventi avversi gravi sono stati descritti in 27 delle 106 pazienti (25%) nel gruppo ganitumab e in 9 delle 49 (18%) con placebo. In conclusione, l’aggiunta di ganitumab alla terapia endocrina in donne con carcinoma della mammella HR-positivo, localmente avanzato o metastatico, precedentemente trattate, non ha migliorato gli ‘outcome’ clinici. I risultati quindi non supportano ulteriori studi di ganitumab in questa popolazione di pazienti.
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