lunedì, 4 maggio 2026
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10 Gennaio 2012

ESC: “CARENTI GLI STUDI EUROPEI SULLE RIAMMISSIONI OSPEDALIERE DOPO ANGIOPLASTICA”

Le diagnosi di cardiopatia ischemica cronica, aterosclerosi e dolore toracico, effettuate all’ammissione in ospedale di pazienti candidati all’intervento di angioplastica, non sembrano essere sufficientemente specifiche per determinare le vere cause del ricovero. Tale aspecificità non permette di chiarire se l’eventuale successiva riammissione in nosocomio sia causata da una complicazione dell’intervento coronarico o da un evento non collegato a tale procedura. E’ questa la conclusione dello studio condotto da Edward Hannan della School of Public Health presso l’Università di New York, Usa, su più di 40.000 ricoveri ospedalieri (40.093) di pazienti che avevano subito la loro prima procedura di angioplastica nel 2007. L’analisi retrospettiva ha evidenziato che il 15,6% (n=6.254) dei malati è stato riammesso in ospedale entro 30 giorni dal primo intervento, e che il 20,6% (n=1.285) dei doppi ricoveri era stato pianificato dai cardiologi per il trattamento di lesioni aggiuntive. Secondo gli esperti, la nuova ricerca americana rappresenta uno dei primi studi sulle riammissioni dopo angioplastica. “In Europa – afferma Eric Van Belle dell’Università di Lille in Francia, portavoce della European Society of Cardiology (ESC) – mancano le stime sul numero di pazienti riammessi in ospedale dopo procedura coronarica. Dai dati dello studio Usa emerge che questa percentuale è molto più elevata di quanto si potesse prevedere: si sottolinea così la necessità da un lato di prevenire le riammissioni personalizzando la cura, dall’altro di produrre linee guida per determinare quali pazienti necessitino di riammissione programmata”. La questione aperta è ora se l’Europa sia dotata delle infrastrutture necessarie per l’identificazione di tali malati. Ad ogni modo, “il raggiungimento di una migliore comprensione dei motivi per cui i malati subiscono ricoveri non pianificati – ha affermato Hans Erik Bøtker, portavoce ESC della Aarhus University di Skejby, in Danimarca – aiuterebbe i cardiologi a meglio indirizzare gli interventi verso i pazienti a maggior rischio di complicazioni”, comportando inoltre – hanno sottolineato gli esperti – notevoli risparmi in termini di spesa sanitaria.

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