sabato, 2 maggio 2026
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1 Febbraio 2011

INIBITORE PARP E CHEMIOTERAPIA NEL CARCINOMA METASTATICO MAMMARIO TRIPLO NEGATIVO

L’associazione di iniparib, un inibitore della poli(adenosin difosfato-riboso) polimerasi (PARP), alla chemioterapia offre un beneficio clinico e migliora la sopravvivenza nelle pazienti con cancro metastatico mammario triplo-negativo, senza aumentare gli effetti tossici. Sulla base di questi risultati, è stato avviato uno studio di fase 3 per valutare la sopravvivenza globale e quella libera da progressione. I carcinomi mammari triplo-negativi sono caratterizzati da difetti del DNA, che rendono questo tumore il più ovvio bersaglio per la terapia di inibizione delle PARP, enzimi deputati alla riparazione del DNA danneggiato. A questo scopo, ricercatori di vari centri oncologici statunitensi hanno condotto uno studio aperto di fase 2 per comparare l’efficacia e la sicurezza di gemcitabina e carboplatino, in associazione o meno a iniparib, in pazienti con cancro mammario triplo-negativo metastatico. Nello studio, 123 pazienti sono state randomizzate a ricevere gemcitabina (1000 mg/m2 superficie corporea) e carboplatino (in dose equivalente a un’AUC concentrazione-tempo pari a 2) ai giorni 1 e 8 – in associazione o meno a iniparib (5.6 mg/kg peso corporeo) ai giorni 1, 4, 8 e 11 – ogni 21 giorni. Endpoint primari erano la percentuale di beneficio clinico (cioè la somma delle percentuali di risposta oggettiva, parziale o completa, e di stabilizzazione della malattia per un periodo uguale o superiore a 6 mesi) e la sicurezza del trattamento. Endpoint addizionali includevano la percentuale di risposta oggettiva, la sopravvivenza libera da progressione e la sopravvivenza globale. Lo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine (leggi abstract originale) indica che l’associazione di iniparib a gemcitabina e carboplatino migliora la percentuale di beneficio clinico dal 34% al 56% (p = 0.01) e di risposta globale dal 32% al 52% (p = 0.02). La somministrazione di iniparib ha anche prolungato la sopravvivenza mediana libera da progressione da 3.6 a 5.9 mesi (hazard ratio [HR] per la progressione 0.59; p = 0.01) e la sopravvivenza globale mediana da 7.7 a 12.3 mesi (HR per la morte 0.57; p = 0.01). I più frequenti eventi avversi di grado 3 e 4 includevano in entrambi i gruppi neutropenia, trombocitopenia, anemia, fatigue o astenia, leucopenia e innalzamento dei livelli di alanina aminotransferasi. Non è invece stata osservata differenza significativa nella percentuale di eventi avversi tra i due gruppi.
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