Un’ampia analisi sui risultati di due studi clinici recenti ha evidenziato che nei pazienti con malattia cardiaca stabile, una frequenza cardiaca più bassa è associata a tassi di mortalità significativamente minori. “I pazienti che abbiamo seguito nell’ambito degli studi clinici TRANSCEND e ONTARGET – ha spiegato uno degli autori del lavoro, Sherryn Rambihar della McMaster University di Hamilton, negli Usa – soffrivano di malattia arteriosa periferica, malattia cerebrovascolare e ictus, patologia coronarica e diabete mellito con complicanze d’organo. Per queste persone con patologia stabile, in base ai dati analizzati, possiamo senz’altro affermare che più bassa è la frequenza cardiaca, minore è la mortalità.” I ricercatori hanno seguito più di 31.500 pazienti per 56 mesi registrando i valori di frequenza cardiaca e i decessi, sia per causa cardiovascolare che per altra patologia. Il rischio di incorrere in infarti o ictus fatali è risultato aumentato del 41% o del 58% (a seconda del modello statistico utilizzato) tra chi aveva una frequenza cardiaca a riposo >70 battiti per minuto (bpm), ciò anche dopo aggiustamento dei dati per eventuali altre malattie concomitanti o per la terapia con beta-bloccanti o calcio-antagonisti. Il rischio di mortalità per tutte le cause è risultato aumentato del 34% o del 47% e quello di ospedalizzazione da scompenso cardiaco del 53% o del 63%, rispetto a chi aveva frequenza <70 bpm. I ricercatori hanno esaminato i dati anche separando i pazienti in gruppi in base alla frequenza cardiaca all’inizio dello studio. Rispetto al gruppo di pazienti con malattia cardiaca stabile e frequenza cardiaca minima (<58 bpm), quelli con la più elevata frequenza (>78 bpm) avevano il 77% in più di rischio di decesso per malattia cardiovascolare e il 65% in più di rischio di decesso per tutte le cause. “A partire dai 50 bpm, per ogni elevazione di 10 battiti vi è un costante e continuo aumento del rischio per il paziente”, ha affermato Rambihar. Già nello studio BEAUTIFUL si era evidenziato un beneficio, in termini di prognosi e mortalità, grazie all’aggiunta dell’ivabradina alla terapia in pazienti con alti tassi di frequenza cardiaca (>70 bpm) all’inizio dello studio. Più recentemente lo studio SHIFT ha dimostrato che l’aggiunta di ivabradina al trattamento ottimizzato per i pazienti con scompenso cardiaco comporta una riduzione significativa del tasso composito di decessi per causa cardiovascolare e di ospedalizzazione da scompenso cardiaco.
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- LA FREQUENZA CARDIACA ELEVATA E’ ASSOCIATA AD AUMENTO DELLA MORTALITÀ