INDIPENDENZA ‘CHIAVE’ PER SODDISFAZIONE SCIENZIATI, IN DANIMARCA I PIU’ FELICI
Non sono solo i soldi a fare la felicità degli scienziati. Ma, certo, il fatto di guadagnare in media dal 18% al 40% in meno rispetto ai colleghi maschi, lascerà le ricercatrici piuttosto malcontente, specie quelle che vivono e lavorano in Italia, Australia, Germania Spagna, GB, India, Giappone, Canada e Usa. Qui, infatti, il gap a sfavore delle ricercatrici è più pronunciato. A indagare sulla felicità e il portafogli degli scienziati di tutto il mondo è il primo studio internazionale su salari e carriere, condotto da ‘Nature’ coinvolgendo oltre 10.500 ricercatori. Ebbene, in generale sembra proprio che – a parte la busta paga – a regalare il sorriso a uno scienziato sia il suo grado di indipendenza. In base allo studio, che ha coinvolto ricercatori di dozzine di Paesi, la Danimarca si piazza saldamente al primo posto come Paese più incline a offrire un’esperienza di lavoro eccellente ai suoi scienziati. Inoltre, benché gli intervistati all’opera nei Paesi emergenti come Cina e India siano risultati in generale meno soddisfatti rispetto ai colleghi dei Paesi occidentali, molti hanno riferito che il proprio grado di soddisfazione sul lavoro è aumentato nell’ultimo anno. I dati raccolti rinforzano comunque le iniquità di genere. “Il gap degli stipendi è pronunciato in diversi Paesi”, riferiscono gli autori dello studio. Tanto che, secondo Kathleen Christensen dell’Alfred P. Sloan Foundation di New York si tratta di un gap ‘solido’, “frutto di una serie di ingiustizie accumulatesi nel corso di diversi anni, quanto a risorse e rispetto”. Secondo Mohammed Hassan, dell’African Academy of Sciences di Nairobi (Kenya), per gli scienziati africani il messaggio emerso dallo studio è piuttosto chiaro: “Pagali e resteranno. Tienili e quest’investimento frutterà”. E nel vecchio continente? Secondo la consulente tedesca Beate Scholz, “l’Europa ha del lavoro da fare per quanto concerne un corretto pagamento delle scienziate e per quanto attiene il fatto di ricompensare tutti i suoi scienziati in modo competitivo”. Infine Stacey Gelhaus, della National Postdoctoral Association di Washington, sostiene che occorrono più dati per capire “una volta per tutte cosa esattamente bisogna fare per rendere le donne” della scienza uguali agli uomini. Per farle diventare “giocatori” di pari livello “nell’impresa scientifica”.