lunedì, 17 giugno 2024
Medinews
2 Settembre 2016

Vemurafenib in patients with BRAFV600E-positive metastatic or unresectable papillary thyroid cancer refractory to radioactive iodine: a non-randomised, multicentre, open-label, phase 2 trial

About half of patients with papillary thyroid cancer have tumours with activating BRAFV600E mutations. Vemurafenib, an oncogenic BRAF kinase inhibitor approved for BRAF-positive melanoma, showed clinical benefit in three patients with BRAFV600E-positive papillary thyroid cancer in a phase 1 trial. We aimed to establish the activity of vemurafenib in patients with BRAFV600E-positive papillary thyroid cancer. We did an open-label, non-randomised, phase 2 trial at ten academic centres and hospitals worldwide in patients aged 18 years or older with histologically confirmed recurrent or … (leggi tutto)

Nonostante la maggior parte dei tumori tiroidei siano guaribili, il 30-40% delle neoplasie divengono refrattarie al trattamento con iodio radioattivo (I-131). Nell’ultimo quinquennio due nuove molecole hanno rivoluzionato il panorama del trattamento della patologia radioresistente: sorafenib (Brose MS et al, Lancet 2014) e lenvatinib (Schlumberger M et al, N Engl J Med 2015); nonostante i progressi terapeutici la neoplasia sviluppa resistenza al trattamento con i TKI ed alcuni pazienti manifestano intolleranza al trattamento. Lo studio di fase 2 recentemente pubblicato su Lancet Oncology sfrutta una importante caratteristica biologica della malattia: la mutazione di BRAFV600E è presente in quasi il 50% dei tumori papilliferi, dove correla con un andamento più aggressivo e con una aumentata radioresistenza. Nel trial sono state arruolate due coorti di pazienti con PS ECOG 0-1, trattate con vemurafenib alla dose di 960 mg bid. L’impressione è che la prima coorte (26 pazienti naïve da terapia sistemica con inibitori multitarget) abbia avuto un outcome in termini di tasso di risposte, durata mediana del controllo di malattia, PFS mediana e OS mediana migliore della seconda (che includeva 25 soggeti pretrattati con inibitori di VEGFR). In entrambe le coorti, due terzi dei pazienti riportavano eventi avversi severi (insorgenza di tumori squamosi della cute, linfopenia, fatigue e dispnea) e un quarto dei pazienti interrompevano il trattamento a causa di effetti collaterali. Sebbene lo studio abbia un numero limitato di pazienti inclusi, l’attività del vemurafenib in pazienti con neoplasia tiroidea resistente al trattamento con radioiodio apre una nuova opzione terapeutica. Rimangono da stabilire se sia necessario lo screening molecolare per BRAF e quale sia la migliore sequenza terapeutica nei casi con mutazione V600E.
TORNA INDIETRO