mercoledì, 25 novembre 2020
Medinews
21 Giugno 2011

USO DI SORAFENIB E SUNITINIB IN SEQUENZA NEL CARCINOMA RENALE AVANZATO

Analisi multicentrica italiana suggerisce bassa resistenza crociata tra i due agenti: la sequenza SoSu sembra assicurare una sopravvivenza libera da progressione più lunga

Ad oggi vari agenti target con diversi meccanismi d’azione e profili di tossicità sono stati approvati per il trattamento del carcinoma renale in stadio avanzato; tuttavia, l’uso ottimale di questi agenti è ancora materia di discussione. Dall’introduzione di sorafenib (So) e sunitinib (Su), molti pazienti sono stati trattati con questi due inibitori delle tirosin-chinasi (TKI) somministrati in sequenza e l’attuale evidenza clinica indica che non vi sia da parte del carcinoma renale resistenza crociata tra i due agenti. L’inibitore del target di mammifero della rapamicina (mTOR) everolimus ha mostrato efficacia dopo trattamento con uno o anche due TKI, enfatizzando l’importanza della scelta della sequenza terapeutica iniziale al fine di garantire al paziente un tempo libero da progressione (PFS) che sia il più lungo possibile. Alcuni ricercatori italiani hanno condotto un’analisi retrospettiva, multicentrica, di coorte con l’obiettivo di confrontare la sequenza SoSu e SuSo. Hanno quindi raccolto i dati di 189 pazienti con carcinoma renale avanzato provenienti da 12 centri nazionali che erano stati trattati con le sequenze SoSu e SuSo tra marzo 2004 e aprile 2009, nell’ambito di European Expanded Access Programmes o di pratica clinica generale secondo le indicazioni terapeutiche degli agenti target. Il sorafenib è stato somministrato, come di prassi, alla dose di 800 mg/die in due frazioni continuativamente e il sunitinib alla dose di 50 mg/die in unica somministrazione per 4 settimane ogni 6 settimane. La PFS è stata valutata dopo trattamento con il primo e con il secondo TKI. In totale, 99 pazienti sono stati trattati con sunitinib seguito da sorafenib e 90 con la sequenza inversa. Dei pazienti totali, 104 (55%) avevano ricevuto una diversa terapia sistemica prima dei TKI, per la maggior parte citochine. Lo studio pubblicato sulla rivista British Journal of Urology International (leggi abstract originale) ha indicato una PFS mediana (range) con il primo TKI simile tra i due gruppi di trattamento [sorafenib 8.4 mesi (1.1 – 28.9) vs sunitinib 7.8 mesi (0.5 – 30.4), con hazard ratio (HR) di 1.05, intervallo di confidenza (IC) 95%: 0.78 – 1.40; p = 0.758]. L’analisi multivariata ha evidenziato che la presenza di buoni fattori di rischio secondo MSKCC (Memorial Sloan-Kettering Cancer Center) era associata ad una più lunga PFS. In seconda linea, pazienti nel gruppo SoSu presentavano una PFS mediana più lunga di quelli nel gruppo SuSo (7.9 mesi vs 4.2 mesi, HR 0.54, IC 95%: 0.39 – 0.74; p < 0.001). Si è confermata quindi la mancanza di cross-resistenza tra sorafenib e sunitinib e, analogamente a quanto osservato in altri studi sempre di natura retrospettiva, i risultati suggeriscono che la terapia con la sequenza SoSu possa risultare in una PFS più lunga che con la sequenza SuSo. Questo è lo studio di maggiori dimensioni ad oggi pubblicato su questo tema, sebbene la natura retrospettiva possa in parte costituire un limite alle sue conclusioni.


Renal Cancer Newsgroup – Numero 6 – Giugno 2011
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