giovedì, 3 dicembre 2020
Medinews
24 Marzo 2011

TRATTAMENTO DEI CARCINOMI RENALI NON A CELLULE CHIARE

I carcinomi renali si possono classificare nei sottotipi a cellule chiare, papillare di tipo 1 e 2 cromofobo e del dotto collettore. L’educational di Michael B. Atkins del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, presentato all’apertura della giornata dedicata al cancro renale del simposio sui tumori genito-urinari dell’ASCO 2011, è incentrato proprio sulla gestione terapeutica di questi tumori (leggi articolo originale). Non è ancora chiaro il peso dell’istologia sulla prognosi dei pazienti con carcinoma renale in stadio IV. Vari studi hanno suggerito una prognosi più favorevole nei pazienti con carcinoma papillare o cromofobo rispetto a quelli che ricevono diagnosi di tumore a cellule chiare: due studi hanno suggerito una sopravvivenza più lunga nei pazienti con carcinoma renale cromofobo in stadio avanzato, piuttosto che quelli con tumori papillari o a cellule chiare o del dotto collettore allo stesso stadio. I tumori del dotto collettore e con caratteristiche sarcomatoidi presentano in genere un comportamento più aggressivo: la sopravvivenza mediana dei pazienti in stadio avanzato è rispettivamente di 11 e 9 mesi. Dati recenti indicano, infatti, che questi tumori rappresentano una trasformazione biologica (da epiteliale a mesenchimale, MET) dell’aggressività, probabilmente indotta da ipossia. Varie forme tumorali ereditarie di carcinoma renale papillare di tipo 1 (papillare ereditario), di tipo 2 (leiomiomatosi ereditaria) e cromofobo (sindrome di Birt-Hogg-Dube [BHD]) sono state associate a mutazioni di MET, fumarato idratasi (FH) e dei geni BHD. Il carcinoma renale non a cellule chiare è raramente sensibile alla immunoterapia ma, diversamente dal sottotipo a cellule chiare che è generalmente resistente alla chemioterapia, i tumori del dotto collettore e sarcomatoidi rispondono a combinazioni di derivati del platino con taxani, gemcitabina o doxorubicina, cosicché queste terapie sono considerate standard per i tumori del dotto collettore. Al contrario, i pazienti con istologia papillare o cromofoba non rispondono in genere alle combinazioni sunitinib/gemcitabina o carboplatino/paclitaxel. Il temsirolimus ha mostrato un certo beneficio, sebbene limitato, sulla sopravvivenza globale nei pazienti con tumori non a cellule chiare. Anche gli inibitori del VEGF hanno limitata efficacia sui tumori a istologia non a cellule chiare o sarcomatoidi, che dipende però dalla presenza di una sottostante percentuale istologica di cellule chiare; lo studio di accesso allargato di sorafenib su pazienti con istologia non a cellule chiare ha confermato una risposta del 3% dei pazienti, uno con sunitinib invece ha indicato una percentuale non confermata dell’11%. La conoscenza della biologia del carcinoma renale papillare ereditario ha favorito lo studio di inibitori MET in pazienti con tumore papillare di tipo 1: il derivato XL889 che combina l’inibizione del recettore VEGF a MET ha indotto regressioni molto evidenti in pazienti portatori di mutazione del gene MET e una certa attività anche in altri pazienti con tumore papillare. Uno studio randomizzato di fase II sarà attivato in collaborazione con il Southwest Oncologic Group per valutare l’efficacia di ARQ-197 (inibitore selettivo di c-MET) in associazione o meno a erlotinib nel carcinoma renale papillare metastatico. Infine, poiché le mutazioni FH identificate nella leiomiomatosi ereditaria e nel carcinoma renale attiverebbero il fattore indotto da ipossia (HIF1) e ‘up-regulation’ di VEGF, Glut 1, lattato deidrogenasi A e di altri geni target di HIF1, si raccomanda l’uso di inibitori del VEGF nei pazienti con tumore di tipo II. E ancora, mutazioni BHD caratteristiche dei tumori cromofobi sono state associate ad ‘upregulation’ della via mTOR, quindi la raccomandazione in questo caso riguarda il trattamento con inibitori di questa via nei pazienti metastatici.


Renal Cancer Newsgroup – Numero 3 – Marzo 2011
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