La terapia adiuvante con trastuzumab in combinazione alla chemioterapia migliora la sopravvivenza nelle donne con tumore mammario iniziale HER2-positivo. In questo studio, pubblicato sulla rivista Annals of Oncology (leggi abstract), ricercatori greci afferenti all’Hellenic Oncology Research Group (HORG) sul tumore mammario hanno confrontato la durata della terapia adiuvante con trastuzumab di 12 vs 6 mesi. Donne con tumore mammario iniziale HER2-positivo con linfonodi ascellari positivi o con linfonodi negativi ad alto rischio sono state randomizzate a ricevere per 12 o 6 mesi il trattamento adiuvante con trastuzumab in concomitanza con docetaxel ‘dose-dense’ (75 mg/m2, ogni 14 giorni per 4 cicli), in associazione a G-CSF. Tutte le pazienti hanno ricevuto ‘upfront’ FEC ‘dose-dense’ (5-fluorouracile 700 mg/m2, epirubicina 75 mg/m2 e ciclofosfamide 700 mg/m2, ogni 14 giorni per 4 cicli), con aggiunta di G-CSF. La randomizzazione è stata condotta prima di iniziare la chemioterapia. Endpoint primario era la sopravvivenza libera da malattia (DFS) a 3 anni. In totale, nello studio sono state randomizzate 481 pazienti a trastuzumab adiuvante per 12 (n = 241) o 6 mesi (n = 240); il trattamento chemioterapico è stato completato rispettivamente dal 99 vs 98% delle pazienti e la terapia con trastuzumab rispettivamente dal 100 e 96% delle pazienti. Dopo un follow-up mediano di 47 e 51 mesi, sono state osservate rispettivamente 17 (7.1%) e 28 (11.7%) recidive della malattia nei gruppi di trattamento di 12 e 6 mesi (p = 0.08). La DFS a 3 anni era rispettivamente pari al 95.7% vs 93.3%, a favore del gruppo di trattamento per 12 mesi (HR = 1.57, IC 95%: 0.86 – 2.10; p = 0.137) e nessuna differenza in termini di sopravvivenza globale e tossicità cardiaca è stata registrata tra i due gruppi. In conclusione, questo studio non ha dimostrato la non-inferiorità del braccio con il trattamento per 6 mesi. I risultati supportano dunque ancor più l’attuale standard di cura che corrisponde alla somministrazione di trastuzumab adiuvante per 12 mesi.
“Il quesito sul trattamento di breve durata in setting adiuvante per i pazienti con tumore HER2 positivo – ha affermato il prof. Giuseppe Curigliano, Direttore della Divisione di Terapie Sperimentali presso l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano – rimane ancora aperto e rilevante. Gli studi di cui attendiamo i risultati finali sono il PERSEPHONE [NCT00712140] (accrual 4.000 pazienti, 6 vs 12 mesi), lo studio italiano SHORT-HER [NCT00629278] (accrual 1.250 pazienti, 3 vs 12 mesi) ed il SOLD [NCT00593697] (accrual 3.000 pazienti, 9 vs 12 mesi). Il quesito sulla durata del trattamento va integrato alla evidenza di una diversa biologia nei tumori endocrino-responsivi (che possono beneficiare dalla terapia endocrina), rispetto a quelli non endocrino-responsivi (in cui HER2 è l’unico driver di proliferazione). In quest’ultima popolazione, i dati dell’HERA avevano un trend di beneficio della popolazione di pazienti con tumore non endocrino-responsivo. Rimane anche aperto il quesito sulla durata per i pazienti con tumori al di sotto di 1 cm. La loro prognosi – conclude il direttore – è spesso favorevole in termini di DFS ed OS, per cui esplorare una durata inferiore di trattamento con terapia anti-HER2 è un quesito di rilevanza primaria”.
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- TRASTUZUMAB ADIUVANTE PER 6 VS 12 MESI IN COMBINAZIONE CON LA CHEMIOTERAPIA ‘DOSE-DENSE’ NEL TUMORE MAMMARIO HER2-POSITIVO: STUDIO MULTICENTRICO RANDOMIZZATO DELL’HELLENIC ONCOLOGY RESEARCH GROUP (HORG)