domenica, 25 settembre 2022
Medinews
19 Maggio 2015

STUDIO DI FASE II-III RANDOMIZZATO DI BEVACIZUMAB IN COMBINAZIONE CON LA CHEMIOTERAPIA IN PAZIENTI CON TUMORE DEL POLMONE A PICCOLE CELLULE ESTESO NON PRE-TRATTATI: RISULTATI DELLO STUDIO IFCT-0802

Questo studio randomizzato di fase II-III, pubblicato sulla rivista Annals of Oncology (leggi abstract), ha valutato l’efficacia e la sicurezza dell’aggiunta di bevacizumab dopo chemioterapia di induzione nel tumore del polmone a piccole cellule (SCLC) esteso. I pazienti con SCLC arruolati in questo studio avevano ricevuto due cicli di chemioterapia di induzione; i pazienti responsivi sono stati randomizzati (1:1) a ricevere altri 4 cicli di sola chemioterapia o di chemioterapia e bevacizumab (7.5 mg/kg), seguiti da bevacizumab in monoterapia fino a progressione o tossicità inaccettabile. L’endpoint primario era la percentuale di pazienti con malattia controllata (ancora in risposta) al ciclo 4. In totale, i ricercatori afferenti al French Cooperative Thoracic Intergroup (IFCT) hanno arruolato 147 pazienti. Una risposta parziale è stata osservata in 103 pazienti, 74 dei quali erano eleggibili a bevacizumab e sono stati quindi randomizzati o al gruppo con sola chemioterapia (n = 37) o a quello con chemioterapia e bevacizumab (n = 37). La valutazione della risposta alla fine del quarto ciclo di trattamento ha indicato che il controllo della malattia non differiva nei due gruppi (89.2 vs 91.9% dei pazienti responsivi rispettivamente nel braccio con sola chemioterapia vs quello con chemioterapia e bevacizumab; test esatto di Fisher: p = 1.00). La sopravvivenza libera da progressione (PFS), calcolata dal momento della randomizzazione, non era significativamente differente nei due bracci, con una PFS mediana di 5.5 mesi (intervallo di confidenza [IC] 95%: 4.9 – 6.0) vs 5.3 mesi (IC 95%: 4.8 – 5.8) rispettivamente nei gruppi trattati con sola chemioterapia vs chemioterapia e bevacizumab (hazard ratio [HR] per sola chemioterapia 1.1, IC 95%: 0.7 – 1.7; p non aggiustato = 0.82). Ipertensione di grado ≥ 2 ed eventi trombotici di grado ≥ 3 sono stati osservati rispettivamente nel 40 e 11% dei pazienti trattati con la combinazione. I livelli sierici del fattore di crescita endoteliale vascolare (EGFR) e del recettore solubile di EGFR non hanno permesso di identificare biomarcatori predittivi. In conclusione, nello studio francese la somministrazione di bevacizumab (7.5 mg/kg) dopo chemioterapia di induzione non ha migliorato l’ ‘outcome’ dei pazienti con tumore del polmone a piccole cellule esteso.
Ne abbiamo parlato con Marcello Tiseo, Dirigente Medico presso la Struttura Complessa del Dipartimento Emergenza-Urgenza, Oncologia Medica, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e Docente alla Scuola di Specializzazione in Oncologia, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Parma.”Il trattamento del microcitoma polmonare è invariato da molti anni e lo standard è rappresentato ancora dalla chemioterapia con platino-etoposide. Tutti i tentativi di introdurre farmaci biologici o ‘targeted therapies’ nel trattamento di questa patologia hanno fino ad ora fallito. Un settore interessante anche nel microcitoma, che presenta una spiccata angiogenesi, è rappresentato proprio dagli inibitori di tale processo. Lo studio francese qui riportato è l’ultimo in ordine tempo ad aver testato l’impiego del bevacizumab nel trattamento di prima linea del SCLC avanzato, dopo altri precedenti 4 studi di fase II (due studi con la combinazione platino-irinotecan e due con platino-etoposide). In particolare, fra gli studi precedenti, si segnala quale unico randomizzato il Salute Trial condotto su 102 pazienti, nel quale l’aggiunta di bevacizumab ha comportato un vantaggio statisticamente significativo in ‘progression-free survival’ (da 4.4 a 5.5 mesi), che non si è tradotto in un beneficio in sopravvivenza globale”.
“Lo studio qui riportato ha coinvolto numerosi centri francesi (49) ed ha visto l’arruolamento di 147 pazienti in circa 2 anni, trattati per circa l’80% dei casi con platino-etoposide e nel 20% dei casi con regime PCDE (cisplatin, etoposide, 4′-epidoxorubicin e ciclofosfamide). Lo studio ha previsto un disegno nel quale i pazienti responsivi dopo 2 cicli di induzione venivano randomizzati a ricevere o meno l’aggiunta di bevacizumab, ponendosi come end-point primario il tasso di risposta dopo il IV ciclo. Gli autori hanno scelto questo disegno – ricorda il dott. Tiseo – per ridurre il rischio di un trattamento con anti-angiogenetico all’inizio quando si ha malattia ‘bulky’ mediastinica che invade i grossi vasi, come accade spesso nella presentazione del SCLC. Da segnalare che negli altri studi disponibili il bevacizumab era stato somministrato dall’inizio, senza che vi fosse un aumento degli eventi emorragici. La scelta del tasso di risposta dopo 4 cicli come end-point primario del primo step della fase II, appare quanto mai atipica, considerato il tasso di risposta già elevato di base in questa patologia con platino-etoposide e difficilmente migliorabile con un farmaco, oltre tutto con meccanismo anti-angiogenetico”.
“Considerati questi limiti e la ridotta numerosità dei pazienti effettivamente randomizzati (solo 74) – conclude Tiseo, – il quesito circa l’utilità dell’aggiunta del bevacizumab alla chemioterapia di prima linea del SCLC sia ancora aperto. A questo quesito potrà rispondere uno studio di fase III randomizzato multicentrico Italiano del GOIRC (Gruppo Oncologico Italiano di Ricerca Clinica) finanziato dall’AIFA che coordino insieme al dott. Andrea Ardizzoni e che a breve chiuderà l’arruolamento dei 206 pazienti. Lo studio ha previsto l’aggiunta o meno di bevacizumab allo standard cisplatino-etoposide ponendosi come end-point primario la sopravvivenza globale”.
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