domenica, 25 settembre 2022
Medinews
28 Luglio 2015

SCHEMI DI CURA E ‘OUTCOME’ CLINICI DELLA TERAPIA DI PRIMA LINEA CON TRASTUZUMAB IN PAZIENTI CON TUMORE MAMMARIO HER2-POSITIVO METASTATICO IN RECIDIVA DOPO TRASTUZUMAB (NEO)ADIUVANTE: STUDIO DI COORTE RETROSPETTIVO MULTICENTRICO ITALIANO

Ricercatori italiani, coordinati dal gruppo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Martino – IST di Genova, hanno valutato l’attività e l’efficacia della terapia con trastuzumab in prima linea in pazienti con tumore mammario metastatico recidivato dopo un precedente trattamento (neo)adiuvante con lo stesso farmaco biologico. Nello studio pubblicato sulla rivista The Oncologist (leggi abstract), 416 pazienti consecutive con tumore mammario HER2-positivo metastatico che avevano ricevuto terapia di prima linea contenente trastuzumab sono state identificate in 14 centri italiani; tra queste, 113 pazienti diagnosticate con tumore in stadio IV de novo sono state analizzate separatamente. Nelle 202 pazienti naïve a trastuzumab e nelle 101 pazienti precedentemente esposte a trastuzumab, gli autori hanno osservato rispettivamente i seguenti ‘outcome’: tasso di risposta globale 69.9 vs 61.3% (odds ratio [OR] aggiustato 0.62; p = 0.131), tasso di beneficio clinico 79.1 vs 72.5% (OR aggiustato 0.73; p = 0.370), sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana 16.1 vs 12.0 mesi (hazard ratio [HR] aggiustato 1.33; p = 0.045) e sopravvivenza globale (OS) mediana 52.2 vs 48.2 mesi (HR aggiustato 1.18; p = 0.404). Le pazienti con un intervallo libero da trastuzumab (TFI) inferiore a 6 mesi, con coinvolgimento viscerale e malattia con recettori ormonali negativi, hanno mostrato una OS peggiore rispetto a quelle con un TFI ≥ 6 mesi (29.5 vs 48.3 mesi; p = 0.331), nessun coinvolgimento viscerale (48.0 vs 60.3 mesi; p = 0.270) e malattia con recettori ormonali positivi (39.8 vs 58.6 mesi; p = 0.003). In conclusione, malgrado la più bassa PFS mediana, la terapia con trastuzumab è risultata un’efficace trattamento di prima linea nelle pazienti che sviluppano recidiva dopo la terapia (neo)adiuvante con trastuzumab. Una precedente esposizione a trastuzumab e il rispettivo TFI, il tipo di prima localizzazione della recidiva e lo stato dei recettori ormonali dovrebbero, secondo gli autori, essere tutti elementi da considerare nella scelta della migliore opzione di trattamento di prima linea per le pazienti con tumore mammario HER2-positivo metastatico.
“Nonostante trastuzumab sia diventato un trattamento di prima linea standard – chiarisce il dottor Matteo Lambertini, primo autore dello studio e specializzando in oncologia medica presso l’IRCCS AOU San Martino-IST di Genova -, in associazione alla chemioterapia o alla terapia ormonale, ad oggi esistono pochi dati sull’attività ed efficacia di questo trattamento in pazienti che erano state precedentemente esposte allo stesso farmaco biologico nel ‘setting’ adiuvante e/o neoadiuvante. Infatti, tutti gli studi clinici randomizzati di prima linea hanno valutato l’efficacia di trastuzumab in pazienti non precedentemente esposte all’agente anti-HER2. La domanda è oggi molto rilevante, dal momento che la maggior parte delle pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2 positivo, presenta una recidiva di malattia dopo un precedente trattamento adiuvante e/o neoadiuvante che comprende anche trastuzumab”.
“Nello studio – continua il dottor Lambertini – abbiamo osservato una peggiore sopravvivenza libera da progressione per le pazienti pretrattate in adiuvante/neoadiuvante con trastuzumab, senza tuttavia osservare differenze significative in termini di risposte e sopravvivenza globale, ad indicare l’efficacia dell’agente anti-HER2 anche nella popolazione già precedentemente esposta. Inoltre, abbiamo osservato l’importante significato prognostico dell’intervallo libero da trastuzumab (cioè del tempo intercorso tra la fine del trattamento adiuvante con trastuzumab e la ripresa dello stesso agente biologico come trattamento di prima linea), del tipo di primo sito di recidiva della malattia (viscerale o non viscerale) e dello stato dei recettori ormonali (positivi o negativi), tutti fattori da prendere in considerazione nella scelta della prima linea di trattamento per le pazienti con tumore mammario HER2-positivo metastatico”.
“Nella maggior parte dei casi, oggi, il trattamento standard di queste pazienti è rappresentato da una combinazione di chemioterapia con taxano in associazione a trastuzumab e pertuzumab: nello studio clinico registrativo CLEOPATRA, l’aggiunta di pertuzumab si è dimostrata vantaggiosa rispetto al solo trastuzumab, anche nel sottogruppo di pazienti precedentemente esposte in adiuvante/neoadiuvante a trastuzumab. Tuttavia, queste pazienti rappresentavano solo il 10% del totale dei casi arruolati nello studio, e per poter essere eleggibili, dovevano essere trascorsi almeno 12 mesi dalla fine di trastuzumab adiuvante/neoadiuvante. Pertanto – conclude Lambertini -, rimane ancora da chiarire, e potrebbe rappresentare un interessante campo di ricerche future, il reale beneficio del doppio blocco anti-HER2 in pazienti precedentemente esposte in adiuvante/neoadiuvante a trastuzumab, in base anche all’intervallo libero da fallimento dell’agente anti-HER2”.
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