lunedì, 18 ottobre 2021
Medinews
27 Ottobre 2015

PREDIZIONE DELL’ATTIVITÀ OVARICA IN DONNE CON TUMORE MAMMARIO INIZIALE: NOMOGRAMMA BASATO SU UNA META-ANALISI

La valutazione della riserva ovarica nelle donne in premenopausa che necessitano di terapia antitumorale gonadotossica può aiutare i clinici a rispondere ad alcuni aspetti importanti, come la probabilità di mantenere la funzione ovarica dopo la fine del trattamento. L’ormone anti-Mülleriano (AMH) e l’età possono permettere una stima affidabile della riserva ovarica. Tuttavia, un numero limitato di studi ha valutato AMH ed età quali fattori predittivi di riserva ovarica residua dopo chemioterapia citotossica in pazienti con tumore mammario. Gli autori hanno condotto una ricerca della letteratura medica utilizzando i seguenti termini chiave MeSH: ‘amenorrhea/chemically induced’, ‘ovarian reserve’, ‘anti-Mullerian hormone/blood’ e ‘breast neoplasms/drug therapy’. I Preferred Reporting Items for Systematic reviews and Meta-Analyses (PRISMA) Statements hanno guidato la strategia di ricerca e la meta-analisi dei dati estratti dai lavori selezionati. Le linee guida del National Health Service britannico sono state utilizzate per estrarre i dati e valutare la qualità e la validità degli stessi. L’analisi dell’area sotto la curva ROC (ROC/AUC) è stata applicata per determinare l’utilità predittiva del modello con AMH basale ed età. La meta-analisi dei dati raccolti dagli studi selezionati ha indicato che sia l’età che i livelli di AMH nel siero sono fattori predittivi affidabili di attività ovarica post-trattamento nelle pazienti con tumore mammario. L’analisi ROC/AUC ha anche evidenziato che i livelli di AMH pre-chemioterapia erano un fattore predittivo più affidabile di attività ovarica post-trattamento nelle pazienti più giovani, con età < 40 anni (0.753, intervallo di confidenza [IC] 95%: 0.602 – 0.904), che in quelle con più di 40 anni (0.678, IC 95%: 0.491 – 0.866). Gli autori dello studio pubblicato sulla rivista The Oncologist (leggi abstract) hanno quindi generato un nomogramma per descrivere le correlazioni tra età, livelli sierici di AMH prima del trattamento e attività ovarica un anno dopo il completamento della chemioterapia. In conclusione, alla fine del processo di validazione attualmente in corso, questo nomogramma potrà aiutare i clinici a individuare fra le donne in premenopausa che necessitano di chemioterapia citotossica quelle che dovrebbero essere considerate ad alta priorità per il counselling e le procedure di preservazione della fertilità. In sintesi, è stato generato un nomogramma per aiutare i clinici a meglio visualizzare uno specifico rischio per la singola paziente. Nelle donne in premenopausa con tumore mammario iniziale che necessitano di regimi citotossici adiuvanti, il nomogramma proposto, basato sulla valutazione dell’età e dei livelli sierici di ormone anti-Mülleriano prima del trattamento, può determinare la probabilità individuale di preservare l’attività ovarica un anno dopo il completamento del trattamento chemioterapico. Il processo di validazione in corso migliorerà anche la conoscenza su altri fattori chiave che contribuiscono all’attività ovarica post-trattamento (ad es. il tipo di regime citotossico) e definirà l’affidabilità e l’utilità clinica del nomogramma.
“Recenti valutazioni epidemiologiche – afferma la dottoressa Valentina Sini, co-autore dello studio e oncologa presso la Divisione di Oncologia Medica dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma e Unità di Oncologia dell’Ospedale “Santo Spirito” di Roma – mostrano che l’incidenza del carcinoma mammario si sposta progressivamente verso l’età riproduttiva e il numero delle pazienti di età inferiore ai 40 anni lungosopravviventi alla neoplasia mammaria appare in aumento. Questi dati, in un panorama sociale in cui l’età della prima gravidanza risulta sempre più tardiva, fanno sì che la donna in premenopausa con diagnosi di carcinoma mammario ponga all’oncologo medico nuove e più specifiche domande sulle influenze che eventuali trattamenti chemioterapici possono avere sulla riserva ovarica e sulle possibilità di future gravidanze”.
“La discussione degli aspetti legati al rischio di riduzione/perdita della fertilità come conseguenza dei trattamenti – continua la dottoressa – e, al tempo stesso, delle strategie oggi disponibili per ridurre tale rischio, come raccomandato dalle attuali linee-guida, deve essere parte integrante della valutazione specialistica pre-trattamento nelle pazienti con diagnosi di neoplasia maligna in età riproduttiva”.
“Al fine di rispondere in maniera accurata a tali quesiti – conclude la dott.ssa Sini -, appaiono indispensabili strumenti affidabili e competenze specifiche per riconoscere e gestire le sequele a breve-medio e lungo termine della tossicità ovarica da trattamenti citotossici. Lo studio presentato indirizza verso una nuova modalità di valutazione della probabilità individuale di mantenimento della riserva ovarica in pazienti che necessitano di trattamenti antineoplastici potenzialmente gonadotossici”.
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