giovedì, 29 settembre 2022
Medinews
12 Maggio 2015

PAZOPANIB E PACLITAXEL SETTIMANALE VS SOLO PACLITAXEL SETTIMANALE NEL TUMORE OVARICO AVANZATO RESISTENTE O REFRATTARIO AL PLATINO: STUDIO MITO-11 RANDOMIZZATO, DI FASE II, IN APERTO

L’inibizione dell’angiogenesi è una valida strategia di trattamento per il tumore ovarico e pazopanib è un farmaco anti-angiogenico attivo in questa forma di tumore. Ricercatori italiani, coordinati dal gruppo dell’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori Fondazione G. Pascale IRCCS e Seconda Università di Napoli, hanno valutato l’effetto dell’aggiunta di pazopanib a paclitaxel nelle pazienti con tumore ovarico avanzato resistente o refrattario al platino. Lo studio randomizzato, di fase II, in aperto, MITO(Multicentre Italian Trials in Ovarian Cancer)-11 è stato condotto in 11 ospedali italiani dove sono state arruolate pazienti con tumore ovarico avanzato resistente o refrattario al platino già trattate con un massimo di due linee di chemioterapia, che presentavano performance status ECOG (Eastern Cooperative Oncology Group) 0 – 1 e nessuna neurotossicità periferica residua. Le pazienti sono state randomizzate (1:1) a paclitaxel (80 mg/m2) settimanale in combinazione o meno a pazopanib (800 mg/die) e sono state stratificate per centro di studio, numero di precedenti linee di chemioterapia e intervallo di tempo libero da platino. L’endpoint primario era la sopravvivenza libera da progressione, valutata nella popolazione ‘intention-to-treat’ modificata. Lo studio è stato chiuso e questo articolo riporta i risultati dell’analisi finale. Tra il 15 dicembre 2010 e l’8 febbraio 2013, sono state arruolate 74 pazienti, 37 randomizzate a paclitaxel e pazopanib e 37 a solo pazopanib. Una paziente, nel gruppo con solo paclitaxel, ha abbandonato lo studio ed è stata esclusa dalle analisi. Nello studio pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology (leggi abstract), a un follow-up mediano di 16.1 mesi (IQR: 12.5 – 20.8), la sopravvivenza libera da progressione è risultata significativamente più lunga nel gruppo con pazopanib e paclitaxel che in quello con solo paclitaxel (mediana: 6.35 mesi, IC 95%: 5.36 – 11.02, vs 3.49 mesi, IC 95%: 2.01 – 5.66; hazard ratio 0.42, IC 95%: 0.25 – 0.69; p = 0.0002). Durante lo studio, non è stato registrato alcun effetto tossico inaspettato o morte per tossicità. Gli eventi avversi erano più comuni nel gruppo trattato con pazopanib e paclitaxel rispetto a solo paclitaxel; gli eventi avversi di grado 3 – 4 più comuni erano neutropenia (11 [30%] nel gruppo con pazopanib e paclitaxel vs una [3%] in quello con solo paclitaxel), fatigue (rispettivamente 4 [11%] vs 2 [6%]), leucopenia (rispettivamente 4 [11%] vs una [3%]), ipertensione (rispettivamente 3 [8%] vs nessuna [0%]), livelli elevati di aspartato aminotransferasi o alanina aminotransferasi (rispettivamente 3 [8%] vs nessuna) e anemia (rispettivamente 2 [5%] vs 5 [14%]) e una paziente nel gruppo di combinazione con pazopanib e paclitaxel ha sviluppato perforazione intestinale all’ileo. In conclusione, i risultati di questo studio suggeriscono il proseguimento della ricerca clinica in fase III con la combinazione di pazopanib e paclitaxel settimanale in pazienti con tumore ovarico avanzato resistente o refrattario al platino.
“Sebbene non si traducano in un immediato utilizzo della combinazione del pazopanib con il paclitaxel settimanale – hanno commentato Sandro Pignata e Francesco Perrone, autori dello studio e rispettivamente Direttore del Dipartimento Uroginecologico e Direttore dell’Unità Sperimentazioni Cliniche, Istituto Nazionale Tumori di Napoli, IRCCS ‘Fondazione Sen. G. Pascale’, di Napoli – nel trattamento delle pazienti con tumore ovarico platino-resistente/refrattario, essendo lo studio MITO 11 di fase 2, i nostri risultati molto sono incoraggianti per lo sviluppo di nuovi trattamenti per le pazienti affette da carcinoma ovarico platino-resistente/refrattario e confermano il vantaggio dell’aggiunta di un farmaco anti-angiogenetico alla chemioterapia in questo ‘setting’ difficile di malattia. Altri studi con altri farmaci, infatti, hanno dimostrato come questa strategia sia efficace nel trattamento dei tumori ovarici, come testimoniato anche dalla recente approvazione del bevacizumab per questa indicazione”.
“Inoltre – concludono gli autori -, questi risultati sono importanti anche perché testimoniano che la ricerca no-profit in Italia, condotta anche con la collaborazione delle aziende farmaceutiche, può produrre brillanti risultati in termini scientifici e contribuisce grandemente all’avanzamento delle conoscenze in contesti di malattia molto difficili. Tutto questo grazie anche alla collaborazione dei centri all’interno del gruppo MITO che raccoglie in Italia i maggiori esperti di neoplasie ginecologiche e che negli scorsi anni si è distinto per una serie di importanti risultati”.
TORNA INDIETRO