giovedì, 21 ottobre 2021
Medinews
3 Novembre 2015

NIVOLUMAB VS DOCETAXEL NEL TUMORE POLMONARE NON A PICCOLE CELLULE NON SQUAMOSO AVANZATO

Nivolumab, un anticorpo IgG4 completamente umanizzato che inibisce il checkpoint immunitario PD-1 (programmed death 1), blocca il segnale mediato da PD-1 e può ristabilire l’immunità anti-tumorale. In questo studio randomizzato, internazionale, di fase III, in aperto, pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine (leggi abstract), ricercatori statunitensi, europei (in Italia, i gruppi dell’Ospedale di Perugia e dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori IRCCS di Meldola, Forlì-Cesena) e messicani hanno randomizzato pazienti con tumore polmonare non a piccole cellule (NSCLC) non squamoso, in progressione durante o dopo chemioterapia contenente platino, a ricevere nivolumab alla dose di 3 mg/kg di peso corporeo ogni 2 settimane o docetaxel alla dose di 75 mg/m2 di superficie corporea ogni 3 settimane. Endpoint primario era la sopravvivenza globale. I risultati hanno evidenziato una sopravvivenza globale più lunga con nivolumab che con docetaxel: la sopravvivenza globale mediana era 12.2 mesi (intervallo di confidenza [IC] 95%: 9.7 – 15.0) nei 292 pazienti inclusi nel gruppo con nivolumab e 9.4 mesi (IC 95%: 8.1 – 10.7) nei 290 pazienti trattati con docetaxel (hazard ratio di morte 0.73, IC 96%: 0.59 – 0.89; p = 0.002). Dopo un anno, il tasso di sopravvivenza globale è risultato pari al 51% (IC 95%: 45 – 56) con nivolumab vs 39% (IC 95%: 33 – 45) con docetaxel. A un ulteriore follow-up, il tasso di sopravvivenza globale a 18 mesi è risultato del 39% (IC 95%: 34 – 45) con nivolumab vs 23% (IC 95%: 19 – 28) con docetaxel. Il tasso di risposta è stato del 19% con nivolumab vs 12% con docetaxel (p = 0.02). Sebbene la sopravvivenza libera da progressione non abbia favorito nivolumab rispetto a docetaxel (rispettivamente, mediana 2.3 e 4.2 mesi), il tasso di sopravvivenza libera da progressione a 1 anno era più alto con nivolumab che con docetaxel (rispettivamente 19 vs 8%). Nivolumab è stato associato a una maggiore efficacia rispetto a docetaxel in tutti gli endpoint nei sottogruppi definiti secondo i livelli pre-specificati di espressione sulla membrana tumorale (≥ 1%, ≥ 5% e ≥ 10%) del legando PD-1. Gli eventi avversi di grado 3 o 4 correlati al trattamento sono stati descritti nel 10% dei pazienti nel gruppo con nivolumab, rispetto al 54% di quelli trattati con docetaxel. In conclusione, tra i pazienti con NSCLC non squamoso in stadio avanzato, in progressione durante o dopo chemioterapia contenente platino, la sopravvivenza globale era più lunga con nivolumab che con docetaxel.
“Lo studio pubblicato recentemente sul New England Journal of Medicine che ha confrontato l’immunoterapia con nivolumab con il docetaxel nel NSCLC ad istologia non squamosa in seconda linea di trattamento si caratterizza come uno dei progressi più significativi degli ultimi anni nella terapia del carcinoma polmonare – afferma il professor Lucio Crinò, co-autore dello studio e Direttore S.C. dell’Oncologia Medica presso l’Azienda Ospedaliera di Perugia. – Infatti una nuova modalità di cura, l’immunoterapia, ha dimostrato per la prima volta un vantaggio significativo in termini di sopravvivenza e di probabilità di risposta rispetto a quello che, per molti anni, è stato il trattamento di scelta, ancorché assai deludente, del tumore del polmone nel difficile scenario della seconda linea, replicando il risultato già pubblicato qualche mese fa sulla stessa rivista per l’istotipo squamoso in uno studio controllato, disegnato allo stesso modo. Gli aspetti più rilevanti dello studio consistono, a mio parere, nell’efficacia crescente del nivolumab in rapporto all’espressione HIC del PD-L1 e nell’equivalenza del farmaco rispetto al docetaxel in assenza di questa espressione, a fronte di un profilo di tossicità chiaramente favorevole. Considerando l’esigenza clinica di sviluppare trattamenti efficaci nel NSCLC ed il numero di ammalati che potenzialmente potrebbero giovarsene anche per la mancanza di reali alternative terapeutiche – conclude il prof. Crinò, – i due studi del New England rappresentano, dal punto di vista scientifico, una sorprendente innovazione ed aprono prospettive di ricerca importanti verso la caratterizzazione dei meccanismi di attività e di resistenza e verso la definizione dei nuovi aspetti di tossicità che l’immunoterapia ha introdotto.”
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