giovedì, 25 febbraio 2021
Medinews
23 Giugno 2015

MISURA QUANTITATIVA DELL’ESPRESSIONE DI HER2 NEI TUMORI MAMMARI: CONFRONTO CON IL TEST DI ROUTINE DI HER2 ‘REAL-TIME’ NELLO STUDIO MULTICENTRICO CBS E CORRELAZIONE CON LA SOPRAVVIVENZA GLOBALE

Un’accurata determinazione dello stato HER2 è critica per la scelta della terapia più appropriata nelle pazienti con tumore mammario, ma la tecnologia migliore per l’esame di HER2 non è ancora stata definita. In questo studio, pubblicato sulla rivista Breast Cancer Research (leggi testo), ricercatori statunitensi hanno confrontato l’espressione quantitativa di HER2 (con HERmark™ Breast Cancer Assay, HERmark) con il test di routine di HER2, eseguito con immunoistochimica (IHC) e ibridazione in situ fluorescente (FISH), e hanno correlato i risultati del test di HER2 con la sopravvivenza globale (OS) delle pazienti con tumore mammario incluse nello studio multicentrico Collaborative Biomarker Study (CBS). In totale, in 11 centri CBS sono stati raccolti 232 campioni di tumore mammario (fissati in formalina e imbevuti in paraffina) e i risultati dei test di HER2 eseguiti nei laboratori locali. Il dosaggio HERmark e il re-test di HER2 con IHC nel laboratorio centrale sono stati condotti retrospettivamente, in cieco. I risultati di HER2, con tutti i metodi, sono stati ottenuti per 192 casi. Lo studio evidenzia che il dosaggio HERmark ha offerto un valore continuo dell’espressione totale di HER2 (H2T) compreso tra 0.3 e 403 RF/mm2 (circa 3 log) e che la distribuzione dei livelli di H2T correlava significativamente (p < 0.0001) con tutti i risultati dei test di routine di HER2. La concordanza dei valori positivi e negativi (esclusi i casi equivoci) tra i risultati di HERmark e i test di routine di HER2 era pari all’84% per il dosaggio IHC determinato localmente, a 96% per IHC centralizzato, a 85% per FISH locale e 84% per lo stato di HER2 eseguito nel laboratorio locale. L’analisi della OS ha rivelato una correlazione significativa tra OS più breve e positività a HER2 con IHC determinata localmente (HR = 2.6; p = 0.016), IHC centralizzata (HR = 3.2; p = 0.015) e HERmark (HR = 5.1; p < 0.0001) in questa coorte di pazienti, la maggior parte delle quali non aveva ricevuto terapia target anti-HER2. La curva di OS con schema ‘basso discordante’ (HER2 positivo ma H2T basso, 10% di tutti i casi) era in linea con quello ‘negativo concordante’ (HER2 negativo e H2T basso, HR = 1.9; p = 0.444), ma ha evidenziato una OS significativamente più lunga con ‘positivo concordante’ (HER2 positivo e H2T alto, HR = 0.31; p = 0.024). Al contrario, la curva di OS con schema ‘alto discordante’ (HER2 negativo ma H2T alto, 9% di tutti i casi) era in linea con quello ‘positivo concordante’ (HR = 0.41; p = 0.105), ma mostrava una OS significativamente più breve dello schema ‘negativo concordante’ (HR = 41; p < 0.0001). In conclusione, la misurazione quantitativa di HER2 con HERmark è altamente sensibile, quantifica accuratamente l’espressione di proteina HER2 e correla bene con i risultati del test di routine di HER2. Nel caso in cui i risultati di HERmark ed HER2 locali siano discordanti, HERmark predice la sopravvivenza globale in modo più accurato.
“A volte si usa l’espressione ‘sparare contro la Croce Rossa’ quando si confronta qualcosa di innovativo non con l’attuale ‘stato dell’arte’, ma con dati raccolti in tempi remoti e nelle sedi più disparate. Questo studio – ha affermato il professor Giuseppe Viale, Direttore del Dipartimento di Patologia Istituto Europeo di Oncologia IEO e Università di Milano – mi sembra proprio soffrire di una simile limitazione. Sono stati rivalutati, con una tecnica immunoistochimica molto innovativa e sofisticata (attualmente non a disposizione dei laboratori di anatomia patologica), casi diagnosticati in 11 diversi centri negli anni 2000-2005, quando la valutazione dello stato di HER2 non era clinicamente rilevante (erano anni pre-trastuzumab) e le metodiche immunoistochimiche e di ibridazione in situ non erano affatto standardizzate. Non mi pare affatto sorprendente, con tutto ciò che oggi sappiamo sulle difficoltà che abbiamo incontrato negli anni successivi per ottenere una migliore accuratezza della determinazione dello stato di HER2, che la nuova metodica si sia dimostrata migliore di quelle a suo tempo utilizzate nell’identificare pazienti con tumori HER2 positivi e quindi a prognosi peggiore. Ci mancherebbe altro!”.
“Viene appena accennato nell’articolo – continua Viale – che la concordanza con i risultati delle attuali metodiche immunoistochimiche (non quelle utilizzate negli anni 2000-2005!) effettuate in un laboratorio centrale sale dall’84% al 96%, quando si escludano i risultati equivoci, a dimostrazione del fatto che tutti gli sforzi compiuti per armonizzare gli aspetti tecnici ed interpretativi dei test immunoistochimici e di ibridazione in situ sono ben serviti a qualcosa!”
“Rimane vero che, a fronte di risultati doppiamente equivoci sia in immunoistochimica che in ibridazione in situ, sarebbe molto utile avere a disposizione una metodica alternativa, che consentisse di dirimere ogni dubbio. Ma, prima di accettare la proposta di utilizzare la tecnica descritta nello studio – conclude il professor Viale -, mi piacerebbe vedere dati che dimostrino quanto questa sia effettivamente in grado di predire la risposta delle pazienti alle terapie mirate meglio di quanto facciamo oggi con le metodiche che utilizziamo comunemente nella pratica clinica”.
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