domenica, 24 ottobre 2021
Medinews
3 Marzo 2015

LENVATINIB VS PLACEBO NEL TUMORE TIROIDEO REFRATTARIO AL RADIOIODIO

Lenvatinib, un inibitore orale dei recettori 1, 2 e 3 del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGFR), dei recettori 1 – 4 del fattore di crescita dei fibroblasti (FGFR), del recettore alfa del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR), di RET e KIT, ha mostrato attività clinica in uno studio di fase II in pazienti con tumore tiroideo differenziato refrattario al radioiodio (iodio-131). Nello studio multicentrico internazionale, randomizzato, in doppio cieco, di fase III, i ricercatori dei vari centri partecipanti hanno randomizzato 261 pazienti, con tumore tiroideo progressivo, refrattario a iodio-131, a lenvatinib (alla dose giornaliera di 24 mg a cicli di 28 giorni) e 131 pazienti con lo stesso tipo di tumore a placebo. Al momento della progressione della malattia, i pazienti nel gruppo randomizzato a placebo hanno potuto scegliere di assumere lenvatinib in aperto. Endpoint primario era la sopravvivenza libera da progressione mentre gli endpoint secondari includevano il tasso di risposta, la sopravvivenza globale e la sicurezza del trattamento. I risultati dello studio pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine (leggi abstract) indicano che la sopravvivenza mediana libera da progressione era 18.3 mesi nel gruppo trattato con lenvatinib e 3.6 mesi in quello randomizzato a placebo (hazard ratio di progressione o morte 0.21, intervallo di confidenza 99%: 0.14 – 0.31; p < 0.001). Un beneficio di sopravvivenza libera da progressione, associato a lenvatinib, è stato osservato in tutti i sottogruppi pre-specificati di pazienti. Il tasso di risposta è risultato pari al 64.8% nel gruppo con lenvatinib (4 risposte complete e 165 risposte parziali) vs l’1.5% nel gruppo con placebo (p < 0.001). La sopravvivenza globale mediana non è stata raggiunta in nessuno dei due gruppi. Gli effetti avversi di ogni grado correlati al trattamento, che si sono manifestati in più del 40% dei pazienti trattati con lenvatinib, erano ipertensione (67.8%), diarrea (59.4%), fatigue o astenia (59.0%), diminuzione dell’appetito (50.2%), perdita di peso (46.4%) e nausea (41.0%). In totale, 37 pazienti nel gruppo trattato con lenvatinib (14.2%) vs 3 pazienti che hanno ricevuto placebo (2.3%) hanno dovuto interrompere la terapia per gli effetti avversi. Nel gruppo con lenvatinib, 6 dei 20 decessi registrati durante il periodo di trattamento sono stati considerati correlati al farmaco. In conclusione, lenvatinib è stato associato a un significativo miglioramento della sopravvivenza libera da progressione e del tasso di risposta nei pazienti con tumore tiroideo refrattario allo iodio-131, rispetto al placebo. I pazienti trattati con lenvatinib hanno tuttavia manifestato maggiori effetti avversi.
“Dopo sorafenib – commenta Rossella Elisei, Professore Associato di Endocrinologia all’Università di Pisa e coordinatore nazionale dei centri italiani coinvolti nello studio, – già approvato negli USA per il trattamento del carcinoma tiroideo avanzato, progressivo e refrattario al radioiodio, finalmente un altro farmaco, il lenvatinib, si è dimostrato molto efficace nell’aumentare l’intervallo di tempo libero da progressione di malattia in pazienti affetti da tale tipo di neoplasia rispetto a pazienti trattati con placebo. In questo studio, vi sono stati anche alcuni casi di remissione completa mai osservata ad oggi con altri farmaci. Va però anche detto – aggiunge la professoressa – che vi sono stati alcuni sporadici, ma non trascurabili, casi di morte. Si tratta comunque di un’importante evidenza in campo oncologico tiroideo soprattutto considerando che il farmaco ha mostrato la stessa efficacia sia in pazienti che non avevano mai eseguito altre terapie che in quelli che erano già stati trattati con altri farmaci e andati poi in progressione”. E continua: “Lenvatinib presenta alcuni effetti collaterali anche importanti che però sono molto soggettivi e controllabili o con l’introduzione di altri farmaci oppure riducendo la dose del farmaco stesso. Al momento non vi è evidenza sull’efficacia del farmaco nel prolungare la sopravvivenza dei pazienti trattati rispetto a quelli che hanno assunto placebo ma questo dato è certamente inficiato dal fatto che i pazienti trattati con placebo venivano poi trattati con lenvatinib (o altro) nel momento in cui vi era evidenza di progressione di malattia alterando quindi considerevolmente il dato di sopravvivenza di tale gruppo. Sebbene lenvatinib non sia un farmaco deputato a guarire il paziente affetto da questa patologia – conclude la professoressa Elisei, – la sua efficacia nello stabilizzare la malattia per un tempo discretamente lungo è senz’altro ad oggi un grande risultato clinico”.
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