Medinews
30 Marzo 2015

IMPATTO DELL’INDICE DI MASSA CORPOREA SUGLI ‘OUTCOME’ DEL TRATTAMENTO NEOADIUVANTE: ANALISI COMBINATA DI OTTO STUDI PROSPETTICI SUL TUMORE MAMMARIO IN TERAPIA NEOADIUVANTE

L’obesità è associata a un aumentato rischio di tumore mammario e ad ‘outcome’ più sfavorevoli. I ricercatori del German Breast Group hanno valutato l’impatto dell’indice di massa corporea (BMI) sulla risposta patologica completa (pCR), sulla sopravvivenza libera da malattia (DFS) e sulla sopravvivenza globale (OS), secondo i sottotipi di tumore mammario, in pazienti con tumore mammario primitivo trattate con chemioterapia neoadiuvante. In totale, 8872 pazienti con tumore mammario primitivo che hanno partecipato a 8 studi clinici sul trattamento neoadiuvante sono state classificate secondo il loro BMI in: sottopeso (< 18.5 kg/m2), normopeso (da 18.5 a < 25 kg/m2), sovrappeso (da 25 a < 30 kg/m2), obese (da 30 a < 40 kg/m2) e molto obese (≥ 40 kg/m2). I sottotipi di tumore mammario sono stati definiti come luminale (con recettori degli estrogeni e del progesterone [ER/PgR] positivi e HER2-negativo), HER2/luminale (con ER/PgR positivi e HER2-positivo), HER2 (con ER/PgR negativi e HER2-positivo) e triplo negativo (con ER/PgR negativi e HER2-negativo). Nello studio pubblicato sulla rivista Breast Cancer Research and Treatment (leggi abstract), il tasso di pCR era più alto nelle pazienti normopeso rispetto a tutti gli altri gruppi identificati con il BMI (p = 0.003); DFS e OS medie erano più brevi nelle pazienti obese (rispettivamente 87.3 mesi; p = 0.014 e 94.9 mesi; p = 0.001) e molto obese (rispettivamente 66.6 mesi; p < 0.001 e 75.3 mesi; p < 0.001), rispetto alle normopeso (rispettivamente 91.5 mesi e 98.8 mesi), con valori confermati dalle analisi dei modelli di effetto del trattamento in sottopopolazioni e mantenuti nel sottotipo luminale e triplo negativo. Nessuna interazione è stata osservata tra BMI e pCR. Le pazienti normopeso hanno anche manifestato meno eventi avversi non-ematologici (p = 0.002) e mostrato maggiori probabilità di ricevere dosi piene di taxani (p < 0.001), rispetto a tutti gli altri gruppi identificati con il BMI. In analisi multivariata, la dose di taxani era predittiva della pCR (p < 0.001) e un BMI più alto è stato associato a una più bassa pCR e a un impatto negativo sulla sopravvivenza. In conclusione, le pazienti normopeso mostravano una migliore aderenza alla chemioterapia e ricevevano dosi di taxani più alte, eventi che sembrano correlati agli ‘outcome’ del trattamento.
“Se si tiene conto che circa 1/3 della popolazione mondiale ha un indice di massa corporea (BMI) troppo elevato rispetto a quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera l’ideale per un soggetto in buona salute – ha commentato la dottoressa Caterina Fontanella, primo autore dello studio e specializzando oncologo presso l’Ospedale Universitario Santa Maria della Misericordia di Udine -, possiamo tranquillamente considerare l’obesità come un importante problema di salute pubblica. Nell’ultimo decennio, numerosi studi hanno posto in risalto la stretta correlazione che intercorre tra BMI superiore a 30 kg/m2 ed una più alta incidenza e una peggiore prognosi di neoplasie ginecologiche e mammarie. La ragione biologica di questo fenomeno va probabilmente imputata a diversi fattori, inclusi gli alti livelli di estrogeni endogeni e l’aumentato stato di aromatizzazione del pannicolo adiposo, lo stato basale di infiammazione cronica tipica del tessuto adiposo e una tendenza all’insulino-resistenza che porta a stimoli di crescita sulle cellule tumorali provenienti da fattori di crescita come l’insulin-like growth factor”. E continua “nello studio che ho condotto in collaborazione con il German Breast Group si dimostra come un aumentato BMI correli non solo con una diminuita possibilità di ottenere una risposta patologica completa (pCR) al termine di un trattamento neoadiuvante sistemico, ma anche con una ridotta sopravvivenza libera da malattia (DFS) e sopravvivenza globale (OS). Questo dato si è dimostrato particolarmente robusto nelle pazienti con malattia potenzialmente ormono-responsiva e nelle pazienti con malattia triplo-negativa. Il test di interazione, inoltre, ha dimostrato come l’impatto del BMI sulla sopravvivenza sia indipendente dall’ottenimento di una risposta patologica completa e sia, quindi, un fattore prognostico negativo indipendente”. “Particolarmente interessanti sono – secondo la dottoressa Fontanella – i dati che emergono dall’analisi condotta nel sottogruppo di pazienti arruolate negli studi GeparQuattro e GeparQuinto (oltre 4000 donne), in cui si dimostra come l’obesità correli con una più elevata possibilità di andare incontro ad una riduzione di dose di taxani e, in seconda battuta, come la riduzione di dose di taxani abbia un effetto sulla possibilità di ottenere una risposta patologica completa”.
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