martedì, 27 settembre 2022
Medinews
24 Febbraio 2015

IL RUOLO DI PD-1 NEL CARCINOMA RENALE: STUDI IN CORSO E PROMESSE FUTURE

Il carcinoma renale è considerato un tumore immunogenico con abbondante infiltrato di cellule immunitarie disfunzionali, incapaci di controllare la crescita tumorale. Ed è proprio l’evasione della sorveglianza immunitaria, un processo definito ‘editing immunitario’, che porta alla progressione maligna. L’impressionante avanzamento delle conoscenze in campo immunologico ha portato all’identificazione di checkpoint immunitari (come CTLA-4 e PD-1), il cui blocco stimola l’immunità antitumorale. L’interazione di PD-1, un recettore inibitorio soggetto a induzione ed espresso sui linfociti e sulle cellule dendritiche (DC), con il ligando PD-L1, espresso dalle cellule tumorali, porta a una ‘down-regulation’ della risposta delle cellule T. Pertanto, l’inibizione dell’asse PD-1/PD-L1 da parte di anticorpi target, che stimolano la proliferazione delle cellule T e la citotossicità, rappresenta un promettente meccanismo di stimolazione dell’attività antitumorale nel sistema immunitario, che porta a miglioramento degli ‘outcome’ dei pazienti oncologici. Molti inibitori di PD-1 e PD-L1 sono stati studiati in diversi tipi di tumori con risultati promettenti. Gli autori della revisione, pubblicata sulla rivista Cancer Treatment Reviews (leggi abstract), sottolineano l’interessante correlazione tra espressione di PD-1 nei linfociti e stadio avanzato, grado e prognosi del carcinoma renale, così come la selettiva espressione di PD-L1 nelle cellule tumorali di carcinoma renale e la sua potenziale associazione con ‘outcome’ clinici più sfavorevoli hanno portato allo sviluppo di nuovi agenti anti-PD-1/PD-L1 per il trattamento del carcinoma renale, sia da soli che in combinazione con farmaci anti-angiogenici o altri approcci immunoterapici. In questa revisione, gli autori discutono il ruolo di PD-1 e PD-L1 nel carcinoma renale, focalizzandosi sul razionale biologico, sugli attuali studi clinici e su prospettive terapeutiche promettenti che hanno come bersaglio la via di PD-1.
A questo proposito, il dottor Francesco Massari, primo autore della revisione e oncologo medico presso l’Oncologia Medica del Policlinico Universitario G.B. Rossi – Borgo Roma Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, ricorda che “sono passati circa 60 anni da quando Farber intuì il ruolo di un antagonista dell’acido folico come antimetabolita per inibire la sintesi del DNA nella leucemia. Negli anni successivi, la chemioterapia ha galvanizzato gli oncologi, convincendo che la distruzione indiscriminata delle cellule proliferanti in maniera anomala avrebbe potuto rappresentare la chiave di volta per sconfiggere il cancro. Dalla fine degli anni ’90, l’attenzione si è focalizzata su agenti molecolari diretti verso target specifici in modo da migliorare l’efficacia antitumorale verso i cosiddetti tumori “stupidi” riducendo gli effetti collaterali sistemici. La particolare capacità delle cellule tumorali di sviluppare meccanismi di resistenza ai trattamenti rende la battaglia contro il cancro ben lungi dall’essere finita: “l’imperatore del male” rimane ancora la piaga selvaggia del nostro secolo”. E conclude: “È per questo che lo sviluppo di nuovi agenti, quali gli anti-PD1 ed anti-PD-L1 nel carcinoma renale metastatico, il cui trattamento peraltro negli ultimi 7-8 anni è stato protagonista di una vera e propria evoluzione e rivoluzione nello scenario terapeutico, risulta di fondamentale importanza per cercare di fornire sempre più opportunità terapeutiche ai nostri pazienti”.
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