lunedì, 25 ottobre 2021
Medinews
8 Giugno 2015

DONNE IN ONCOLOGIA: MINORI OPPORTUNITÀ, SPECIALMENTE A LIVELLO ACCADEMICO

Tre i motivi per il limitato numero di oncologhe donna che si dedicano alla carriera universitaria: innanzitutto, l’equilibrio lavoro-famiglia (58,7%); in secondo luogo, la percezione che il sesso maschile sia il leader naturale e, invece, le donne siano componenti del team e assistenti (50,5%); infine, il pregiudizio culturale di genere per il diffuso concetto che le donne devono prendersi cura della famiglia e della casa (38,7%). I dati derivano da uno studio condotto nel 2013 dell’ESMO e sottolineano che, anche se i team sono composti in maggioranza da donne (57,6% rispetto a una maggioranza maschile del 31,6%), i direttori sono più freqentemente uomini (60,1%) che donne (39,9%). Questi dati riassumono quello che la maggior parte della popolazione pensa e sostengono l’intenzione dell’ASCO di iniziare a raccogliere prospetticamente dati sulla rappresentazione di genere in tutti gli aspetti dell’oncologia. Le due autrici dell’articolo pubblicato su ASCO Daily News della scorsa settimana, la prof.ssa S. Gail Eckhardt, Stapp/Harlow Endowed Chair for Cancer Research della University of Colorado School of Medicine presso l’Anschutz Medical Campus e Direttore Associato di Ricerca Translazionale alla University of Colorado Comprehensive Cancer Center, e la prof.ssa Jamie H. Von Roenn, Senior Director di Education, Science, and Career Development Department all’ASCO e Professore Aggiunto di Medicina e Oncologia Ematologica alla Northwestern University, hanno ripreso questo concetto sottolineando che all’ASCO era aperto il Women’s Networking Center focalizzato sullo sviluppo professionale e dove l’American Association for Cancer Research (AACR) ha sponsorizzato il gruppo di Women in Cancer Research. Quello che maggiormente manca è la guida nel negoziare l’offerta di lavoro, ma soprattutto è il modo in cui uomini e donne prendono in considerazione l’equilibrio famiglia-lavoro accademico. Entrambi i sessi sono preoccupati per la possibilità di compromettere l’equilibrio familiare, ma se i maschi non lo considerano un fattore decisivo per la scelta della carriera, per le donne questa decisione è molto importante, sia che siano coinvolti i figli o meno. Secondo le autrici, bisogna focalizzarsi sul modo di valorizzare entrambi i sessi perché altrimenti si possono perdere componenti importanti della comunità della ricerca accademica per mancanza di risorse o per altri motivi personali. Il futuro quindi non risiede solo nella terapia personalizzata dei pazienti, ma anche nell’esperienza lavorativa.
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