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8 Settembre 2015

CHEMIOTERAPIA STANDARD CON O SENZA BEVACIZUMAB IN DONNE CON TUMORE OVARICO DI NUOVA DIAGNOSI: RISULTATI DI SOPRAVVIVENZA GLOBALE DELLO STUDIO ICON7 RANDOMIZZATO DI FASE III

Lo studio ICON7 ha precedentemente mostrato un’aumentata sopravvivenza libera da progressione in donne con tumore ovarico in seguito all’aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia standard, con il maggiore effetto nelle pazienti ad alto rischio di progressione della malattia. In questo lavoro pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology (leggi testo), i ricercatori dello studio ICON7 riportano i risultati finali di sopravvivenza globale. ICON7 è uno studio internazionale, randomizzato, in aperto, di fase III, che ha interessato 263 centri in 11 Paesi in Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Le donne adulte eleggibili, che presentavano tumore ovarico di nuova diagnosi, con malattia in stadio iniziale ad alto rischio (stadio I-IIa dell’International Federation of Gynecology and Obstetrics [FIGO], di grado 3 o con istologia a cellule chiare) o in stadio più avanzato (stadio IIb-IV FIGO), con performance status ECOG (Eastern Cooperative Oncology Group) compreso tra 0 e 2, sono state arruolate e randomizzate (1:1) a chemioterapia standard (6 cicli ogni 3 settimane con carboplatino [AUC 5 o 6] e paclitaxel [175 mg/m2 di superficie corporea] per via endovenosa) o allo stesso regime chemioterapico associato a bevacizumab (7.5 mg/kg peso corporeo) per via endovenosa ogni 3 settimane, in concomitanza e continuato per altri 12 cicli ogni 3 settimane, come terapia di mantenimento. La randomizzazione è stata eseguita con algoritmo di minimizzazione, stratificata per stadio FIGO, malattia residua, intervallo tra chirurgia e chemioterapia e gruppo secondo il Gynecologic Cancer InterGroup. Endpoint primario era la sopravvivenza libera da progressione; il potere dello studio è stato stabilito per rilevare una differenza di sopravvivenza globale. L’analisi era di ‘intention-to-treat’. Tra il 18 dicembre 2006 e il 16 febbraio 2009, 1528 donne sono state arruolate e randomizzate nello studio a chemioterapia standard (n = 764) o chemioterapia e bevacizumab (n = 764). Il follow-up mediano al completamento dello studio (31 marzo 2013) era 48.9 mesi (IQR: 26.6 – 56.2), in quel momento risultavano decedute 714 pazienti (352 nel gruppo con chemioterapia standard e 362 nel gruppo con bevacizumab). Lo studio mostra evidenza di rischio non-proporzionale, quindi gli autori hanno utilizzato la differenza di tempo medio ristretto di sopravvivenza come stima primaria dell’effetto. Nessun beneficio di sopravvivenza globale è stato registrato con bevacizumab (tempo medio ristretto di sopravvivenza 44.6 mesi [IC 95%: 43.2 – 45.9] nel gruppo con chemioterapia standard vs 45.5 mesi [IC 95%: 44.2 – 46.7] nel gruppo con bevacizumab; log rank p = 0.85). In un’analisi esplorativa di un sottogruppo predefinito di 502 pazienti con malattia a prognosi sfavorevole, 332 (66%) sono decedute (174 nel gruppo con chemioterapia standard e 158 in quello con bevacizumab) e una differenza significativa della sopravvivenza globale è stata osservata tra le donne che hanno ricevuto bevacizumab e chemioterapia e quelle che hanno ricevuto solo chemioterapia (tempo medio ristretto di sopravvivenza 34.5 mesi [IC 95%: 32.0 – 37.0] con chemioterapia standard vs 39.3 mesi [IC 95%: 37.0 – 41.7] con bevacizumab; log rank p = 0.03). Tuttavia, nelle pazienti non ad alto rischio, il tempo medio ristretto di sopravvivenza non differiva significativamente tra i due gruppi di trattamento (49.7 mesi [IC 95%: 48.3 – 51.1] nel gruppo con chemioterapia standard vs 48.4 mesi [IC 95%: 47.0 – 49.9] in quello con bevacizumab; p = 0.20). Un’analisi aggiornata della sopravvivenza libera da progressione non ha indicato differenze tra i due gruppi di trattamento. Durante il follow-up esteso, sono stati registrati anche un ulteriore evento di grado 3 correlato al trattamento (fistola gastrointestinale in una paziente trattata con bevacizumab), 3 eventi di grado 2 correlati al trattamento (scompenso cardiaco, sarcoidosi e frattura del piede, tutti in pazienti trattate con bevacizumab) e un evento di grado 1 correlato al trattamento (emorragia vaginale, in una paziente trattata con chemioterapia standard). In conclusione, bevacizumab, aggiunto alla chemioterapia contenente platino, non ha aumentato la sopravvivenza globale nell’intera popolazione dello studio. Tuttavia, un beneficio di sopravvivenza globale è stato osservato in pazienti con prognosi sfavorevole, che concorda con i risultati di sopravvivenza libera da progressione osservati negli studi ICON7 e GOG-218 e offre ulteriore evidenza verso un uso ottimale di bevacizumab nel trattamento del tumore ovarico.
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