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5 Maggio 2015

CARBOPLATINO-PACLITAXEL-BEVACIZUMAB PRIMA DELLA RESEZIONE DEL TUMORE MAMMARIO TRIPLO-NEGATIVO: RISULTATI FINALI DELLO STUDIO Ca.Pa.Be DI FASE II

Lo studio Ca.Pa.Be di fase II ha valutato la combinazione di carboplatino e paclitaxel con bevacizumab prima della resezione chirurgica in pazienti con tumore mammario triplo-negativo non pretrattate per la malattia in stadio II-III. Scopo primario dello studio pubblicato sulla rivista Annals of Surgical Oncology (leggi abstract) era determinare il tasso di risposta patologica completa (pCR), mentre endpoint secondari erano la sicurezza, il tasso di chirurgia conservativa della mammella e la valutazione della risposta precoce con risonanza magnetica con ‘imaging’ perfusionale dinamico (DCE-MRI). Allo studio erano eleggibili le pazienti con tumore mammario con recettori ormonali negativi, HER2-negative (triplo-negativo), in stadio II-III; il trattamento includeva paclitaxel (80 mg/m2) e carboplatino (AUC, area sotto la curva, pari a 2) ai giorni 1, 8 e 15, combinati con bevacizumab (10 mg/kg) ai giorni 1 e 15, ogni 28 giorni per 5 cicli. Le pazienti sono state esaminate al basale con DCE-MRI alla mammella, seguito da una singola dose di bevacizumab (5 mg/kg) al giorno -6. La DCE-MRI è stata ripetuta prima di iniziare la chemioterapia. I ricercatori italiani, coordinati dal gruppo dell’Università di Padova e Istituto Oncologico Veneto IRCCS, hanno arruolato 44 pazienti. Delle 43 donne trattate con la resezione, 22 (50%) sono state sottoposte a chirurgia conservativa della mammella (tasso di conversione rispetto all’indicazione iniziale di mastectomia: 34.4%). Una pCR alla mammella e ai linfonodi ascellari è stata osservata in 22 pazienti (50%). Gli eventi avversi associati a bevacizumab erano lievi: ipertensione ed emorragia di grado 1 – 2 si sono manifestate rispettivamente in 6 (13.6%) e 12 (27%) pazienti, ma non è stato evidenziato alcun evento avverso non-ematologico di grado 4. Gli eventi avversi di grado 3 più frequenti erano anormalità nei test di funzionalità epatica (6.8%) e diarrea e fatigue (entrambi 4.5%). L’unica tossicità ematologica di grado 3 e 4 era la neutropenia (G3 nel 25%; G4 nel 9%). La valutazione iniziale dei parametri di risposta alla DCE-MRI non è stata in grado di predire la pCR. In conclusione, la combinazione neoadiuvante senza antracicline di paclitaxel e carboplatino settimanali con bevacizumab è risultata attiva e sicura nel tumore mammario triplo-negativo, con un tasso di risposta patologica completa comparabile a quello osservato con regimi più intensivi contenenti carboplatino e bevacizumab. Nonostante ciò, ulteriori studi sono necessari.
“Il carcinoma triplo negativo – ha commentato Valentina Guarneri, Professore Associato di Oncologia Medica all’Università di Padova e responsabile di SS Ricerca Traslazionale e Terapie Innovative, Oncologia Medica 2, Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova, – che interessa circa il 15% dei casi di tumore mammario, rappresenta una delle principali sfide nel campo dell’oncologia. Si tratta infatti di una neoplasia particolarmente aggressiva con una elevata tendenza allo sviluppo di metastasi viscerali entro i primi anni dalla diagnosi. È stato dimostrato che le pazienti che ottengono una risposta patologica completa dopo un trattamento chemioterapico neoadiuvante hanno una prognosi a lungo termine più favorevole. Al contrario, la presenza di residuo di malattia dopo terapia primaria si associa ad un elevato rischio di recidiva a distanza precoce (Cortazar P et al, Lancet 2014). Pertanto, si rende necessaria l’identificazione di terapie sistemiche efficaci, con lo scopo di eradicare precocemente la malattia e impedirne l’evoluzione metastatica”.
“Nello studio Ca.Pa.Be. – spiega la professoressa – abbiamo mostrato come un regime chemioterapico di combinazione contenente carboplatino, paclitaxel e bevacizumab sia in grado di indurre risposte patologiche complete nel 50% delle pazienti con carcinoma mammario triplo negativo, senza sollevare preoccupazioni dal punto di vista della tollerabilità. In particolare, è interessante notare come il tasso di risposte patologiche complete ottenute nello studio Ca.Pa.Be. sia sovrapponibile a quanto riportato in altri trials che prevedevano l’integrazione di carboplatino e/o bevacizumab in un regime chemioterapico più intensivo e gravato da maggiori tossicità, contenente anche antracicline (von Minckwitz G et al, Lancet Oncol 2014; Sikov WM et al, J Clin Oncol 2015). Se il ruolo del bevacizumab rimane controverso, data l’assenza di biomarcatori in grado di predirne l’efficacia, complessivamente i risultati di questi studi supportano il ruolo dei sali di platino nel trattamento del carcinoma mammario triplo negativo. In prospettiva – conclude la prof.ssa Guarneri -, ricerche in corso e future aiuteranno a definire se e quali sottogruppi di pazienti possono trarre il massimo beneficio da un trattamento chemioterapico contenente carboplatino in fase neoadiuvante. Dati preliminari suggeriscono, ad esempio, che la mutazione germinale del gene BRCA1/2 o caratteristiche di ‘BRCAness’ della neoplasia siano fattori potenzialmente in grado di determinare la sensibilità a questo tipo di farmaci”.
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