giovedì, 3 dicembre 2020
Medinews
13 Luglio 2018

Cabozantinib in Patients with Advanced and Progressing Hepatocellular Carcinoma

Cabozantinib inhibits tyrosine kinases, including vascular endothelial growth factor receptors 1, 2, and 3, MET, and AXL, which are implicated in the progression of hepatocellular carcinoma and the development of resistance to sorafenib, the standard initial treatment for advanced disease. This randomized, double-blind, phase 3 trial evaluated cabozantinib as compared with placebo in previously treated patients with advanced hepatocellular carcinoma. A total of 707 … (leggi tutto)

Per vari anni dopo l’introduzione del sorafenib come trattamento di provata efficacia dei pazienti con epatocarcinoma avanzato, tale farmaco è rimasto l’unico ad aver dimostrato un prolungamento della sopravvivenza globale. Numerosi studi, sia in prima linea che in seconda linea, hanno infatti fallito l’obiettivo primario, rispettivamente di migliorare l’outcome ottenuto con sorafenib o di rivelarsi efficaci come trattamento di seconda linea nei casi in progressione. Recentemente, vari farmaci hanno interrotto la lunga serie di fallimenti: dopo la dimostrazione di efficacia del regorafenib come trattamento di seconda linea, sono ora pubblicati in extenso anche i risultati ottenuti dal cabozantinib.
Lo studio CELESTIAL, pubblicato dal New England Journal of Medicine, prevedeva la randomizzazione di pazienti in progressione con sorafenib, in rapporto 2:1, a ricevere il farmaco sperimentale (alla dose di 60 mg al giorno) oppure placebo. I pazienti randomizzati avevano una buona funzionalità epatica e potevano aver ricevuto anche più di una precedente linea di terapia. Endpoint primario era la sopravvivenza globale. Il cabozantinib è risultato associato a un significativo prolungamento della sopravvivenza globale, con una differenza in sopravvivenza globale mediana pari a poco più di 2 mesi, ed un corrispondente significativo prolungamento della sopravvivenza libera da progressione, a prezzo di una tossicità attesa (eritrodisestesia palmoplantare, ipertensione, rialzo delle transaminasi, fatigue e diarrea). I risultati ottenuti dal cabozantinib si inseriscono in uno scenario che ha visto recentemente anche i risultati positivi del già citato regorafenib e del ramucirumab (quest’ultimo nei pazienti con alfafetoproteina elevata), oltre che il risultato di non inferiorità ottenuto in prima linea dal lenvatinib, in attesa dei dati dell’immunoterapia. Lo scenario si arricchisce quindi di potenziali terapie, e sarà compito delle linee guida nazionali ed internazionali definirne il valore e la collocazione terapeutica.
TORNA INDIETRO