Medinews
27 Luglio 2015

AGENTI TARGET PER IL TRATTAMENTO DEI TUMORI IN GRAVIDANZA

Nell’ultimo decennio si è assistito a importanti avanzamenti nel trattamento dei tumori gestazionali. Tuttavia, sono disponibili solo dati limitati sulla sicurezza della somministrazione di agenti a bersaglio molecolare nelle pazienti con cancro in gravidanza. Ricercatori italiani dell’IRCCS AOU San Martino-IST di Genova e dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, in collaborazione con il gruppo del BrEAST Data Centre dell’Università di Bruxelles, hanno recentemente pubblicato una revisione sulla rivista Cancer Treatment Reviews (leggi abstract), nella quale sottolineano l’importanza di conoscere gli effetti degli agenti a bersaglio molecolare sulla salute del feto quando questi farmaci vengono utilizzati in una paziente gravida. Gli autori ricordano che, analogamente alla chemioterapia, gli inibitori delle tirosin-chinasi (TKI) possono attraversare la placenta durante tutto il periodo di gestazione. La maggior parte degli agenti a bersaglio molecolare ha mostrato dati preclinici preoccupanti, scoraggiandone l’uso durante la gravidanza. La terapia con TKI è di particolare interesse data la potenziale interferenza con altre funzioni fisiologiche vitali che potrebbero essere indispensabili nello sviluppo del feto. Tuttavia, questo non significa che tutti gli agenti target dovrebbero essere completamente evitati in gravidanza. Questa revisione fornisce una valutazione critica di tutti gli agenti a bersaglio molecolare attualmente in uso clinico e offre indicazioni guida per aiutare i clinici nella discussione del trattamento migliore con le pazienti gravide.
Ne abbiamo parlato con il dottor Matteo Lambertini, primo autore della revisione e specializzando in oncologia medica presso l’IRCCS AOU San Martino – IST di Genova. “Sempre più dati confermano che la somministrazione in gravidanza di diversi agenti chemioterapici sia sicura per la madre e per il feto, purché sia effettuata durante il secondo e terzo trimestre. Per gli agenti a bersaglio molecolare il discorso è più complesso, proprio per il loro diverso meccanismo d’azione su specifici bersagli che possono essere espressi anche nel feto e a volte avere un ruolo chiave nello sviluppo fetale stesso. In particolare, la ‘regola’ di evitare l’esposizione al trattamento nel primo trimestre con la possibilità di effettuarlo nel secondo e terzo è valida per la chemioterapia (o meglio per diversi agenti chemioterapici), ma non per le terapie a bersaglio molecolare. In particolare, gli anticorpi monoclonali possono essere associati ad aborto spontaneo se somministrati nel periodo dell’impianto, non dovrebbero causare importanti malformazioni se usati nel periodo dell’organogenesi, mentre potrebbero determinare specifici effetti collaterali proprio per la loro azione su un bersaglio specifico se somministrati nel periodo di sviluppo fetale (per esempio il trastuzumab si associa a oligoidramnios, il rituximab a deplezione temporanea delle popolazione linfocitaria B fetale). Il trastuzumab e gli altri agenti anti-HER2 non dovrebbero essere somministrati durante la gravidanza così come il bevacizumab, mentre il rituximab può essere usato, con cautela, in quei casi dove è indicato e dove il beneficio atteso dal trattamento supera il limitato rischio di tossicità fetale. Non esistono dati di utilizzo del cetuximab in pazienti in gravidanza”.
“Gli inibitori chinasici possono essere associati ad aborto spontaneo se somministrati nel periodo dell’impianto, potrebbero causare malformazioni se usati nel periodo dell’organogenesi e potrebbero determinare complicanze fetali e ostetriche se usati nel periodo fetale. Per la maggior parte degli inibitori chinasici (per esempio erlotinib, gefitinib, afatinib, lapatinib, sunitinib, sorafenib, dasatinib, nilotinib, vemurafenib) esistono pochi casi in letteratura di pazienti trattate in gravidanza con questi agenti, e pertanto si sconsiglia l’utilizzo. Un maggior numero di evidenze, basate comunque su un limitato numero di casi, esiste per l’utilizzo di imatinib: il farmaco è controindicato durante il primo trimestre, mentre potrebbe essere usato nel secondo e terzo trimestre. Infine, l’interferone alfa sembra essere sicuro durante tutta la gravidanza, per cui può rappresentare una strategia terapeutica in pazienti gravide diagnosticate con melanoma o leucemia mieloide cronica. La decisione finale sull’indicazione all’utilizzo di questi farmaci durante la gravidanza dovrebbe essere presa caso per caso, discutendo individualmente i rischi e benefici sulla madre e sul feto dell’effettuazione o meno del trattamento”.
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