Anno II – Numero 38 – 25 febbraio 2021
Comitato scientifico editoriale: Giordano Beretta, Saverio Cinieri, Massimo Di Maio, Antonio Russo
Editore: Intermedia – Direttore Responsabile: Mauro Boldrini – Reg. Trib. di Brescia n.35/2001 del 2/7/2001

UN ANNO DI COVID

Dal lockdown totale della prima ondata del virus, al blocco degli screening fino alla richiesta di vaccinare con priorità i pazienti oncologici, cardiologici e ematologici. Il presidente AIOM, Giordano Beretta, ripercorre le tappe che hanno caratterizzato 12 mesi di emergenza sanitaria

Il 21 febbraio del 2020 è stato confermato il primo caso italiano di infezione da SARS-COV-2. Precedentemente il problema sembrava legato solo alla Cina ed i primi due casi riscontrati in Italia avevano interessato due turisti cinesi. Nei giorni successivi si è verificata una rapida crescita dei casi ed i mesi di marzo e aprile sono stati tali da comportare, soprattutto in Lombardia e nel Nord Italia, una completa modifica di tutto il Sistema Sanitario: ospedali sovraccarichi, terapie intensive talmente sotto stress da necessitare la creazione di nuove realtà rianimatorie in ogni spazio che fosse disponibile per posizionarvi un ventilatore, ambulanze in coda al pronto soccorso, sanità territoriale in profonda crisi organizzativa, alla fine persino camion militari in coda al cimitero per trasportare le bare.

Era un’evenienza a cui nessuno di noi era preparato. Le grandi pandemie risalivano ad oltre un secolo fa, la guerra era nei ricordi dei più anziani, che l’avevano vissuta da bambini e quindi con una percezione differente da come avevano potuto osservarla gli adulti. Lockdown totale: per due mesi l’autostrada A4, una delle arterie più trafficate d’Italia (circa 400.000 veicoli al giorno), appariva come un paesaggio spettrale. Gli uccelli erano diventati i proprietari del nastro di asfalto su cui viaggiavano pochissimi veicoli. Nel mio percorso giornaliero tra Capriate e Bergamo potevo contare le auto che incontravo sulle dita delle mani, e la domenica alle 7 del mattino, spesso, c’ero solo io.

L’attività oncologica ha subito stravolgimenti. I follow up sono stati trasformati in contatti telefonici, con l’invito, però, a presentarsi ai pazienti i cui accertamenti o sintomi facessero ritenere utile una valutazione clinica. L’attività di prime visite è stata mantenuta, così come i trattamenti farmacologici non procrastinabili, mentre per gli altri si è effettuata una rimodulazione sulla base del rapporto rischio (infezione) / beneficio (trattamento). Una quota di pazienti rifiutava, però, nelle prime settimane, di accedere all’ospedale per la paura del contagio. Le attività diagnostiche e chirurgiche hanno subito dei rallentamenti (radiologie impegnate a pieno regime per le TAC COVID, anestesisti a tempo pieno sui malati respiratori, sale operatorie impiegate come terapie intensive). Alcuni Ospedali di alta specializzazione sono rimasti COVID free ed hanno aiutato tutti gli altri dal punto di vista chirurgico, anche se non sono riusciti a coprire tutto il fabbisogno. Gli screening si sono completamente bloccati, e ciò aveva, in fase acuta, il significato di ridurre l’accesso dei soggetti potenzialmente sani alle strutture ospedaliere. Nel mese di maggio, lentamente è sembrato che si stesse tornando alla normalità ma, già al termine dell’estate, si è evidenziata una possibile ripresa che è sfociata nella seconda ondata di ottobre-novembre che non si è ancora placata. In questa seconda fase, però, avendo creato percorsi separati, l’attività ha potuto svolgersi con maggiore regolarità, anche se gli screening sono ripartiti “a macchia di leopardo” e, in alcune realtà, sono tuttora fermi.

La speranza di tutti si è focalizzata sulla possibile disponibilità di vaccini, che, grazie alle precedenti ricerche per la SARS e la MERS, hanno potuto essere disponibili in tempi rapidissimi. In meno di un anno è cominciata la campagna vaccinale che ha interessato per primi gli operatori sanitari e, successivamente, gli ultraottantenni. Tale scelta è stata dettata dalla necessità di vaccinare per primi i soggetti con il maggior rischio di morte…continua a leggere


La lettera ASCO – ACS CAN

USA: “I GOVERNATORI INCLUDANO I PAZIENTI ONCOLOGICI NELLA LISTA PRIORITARIA DELLA VACCINAZIONE ANTI-COVID”

Le principali organizzazioni oncologiche fanno appello ai governatori perché seguano le linee guida stabilite dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC)

Tra le crescenti preoccupazioni relative all’accesso limitato ai vaccini COVID-19 da parte dei pazienti oncologici, la Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) e l’American Cancer Society Cancer Action Network (ACS CAN), affiliata alla American Cancer Society, hanno emesso una lettera congiunta indirizzata a tutti i Governatori degli Stati Uniti esortandoli a dare priorità ai pazienti con il cancro nella distribuzione dei vaccini anti COVID-19, in conformità alle linee guida dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani.

“Le persone con storie di cancro sono a maggior rischio di contrarre infezione da COVID-19 grave e più soggette a esiti peggiori in conseguenza della malattia,” ha affermato Monica M. Bertagnolli, Presidente del board ASCO. “Pur con la consapevolezza che la fornitura di vaccini è limitata, ci rivolgiamo a tutti i Governatori perché considerino attentamente di dare la priorità alle persone colpite dal cancro nella gestione dei programmi di distribuzione dei vaccini anti COVID-19.”

Il Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione (ACIP) – l’organo di consulenza sui vaccini che invia le raccomandazioni ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie – a dicembre 2020 ha realizzato le linee guida che delineano le priorità nella distribuzione dei vaccini anti COVID-19. Questi orientamenti non vincolanti raccomandano di includere i pazienti oncologici nella Fase 1 delle priorità per la distribuzione dei vaccini contro il COVID-19. A dicembre 2020, ASCO e American Cancer Society...continua a leggere


INGHILTERRALO STUDIOIL SONDAGGIO

COME LA PRIMA ONDATA DEL COVID HA CAMBIATO L’USO DELLA RADIOTERAPIA

Uno studio a livello nazionale ha evidenziato in dettaglio come sia cambiato l’utilizzo della radioterapia nel Servizio Sanitario Nazionale inglese durante i mesi iniziali della pandemia COVID-19. “Nonostante l’attività radioterapica sia diminuita durante la prima ondata della pandemia, i dati suggeriscono che l’impatto globale di questo decremento è probabilmente modesto”, afferma Katie Spencer, della University of Leeds nel Regno Unito, e co-autore dello studio pubblicato su The Lancet Oncology.

“Inoltre, la radioterapia sembra aver mitigato alcuni danni indiretti della pandemia, mantenendo le opzioni di trattamento curativo nonostante le difficoltà incontrate dagli interventi chirurgici”. Le analisi del National Radiotherapy Dataset hanno mostrato una diminuzione dal 2019 al 2020 della percentuale dei cicli settimanali di radioterapia in aprile (19,9%), maggio (6,2%) e giugno (11,6%), così come un maggiore calo della partecipazione dei pazienti durante questi mesi (29,1%, 31,4% e 31,5%,…continua a leggere



IL NUOVO PIANO UE

“AUMENTO DI PRODUZIONE DEI VACCINI, ITER PIU’ VELOCI PER L’APPROVAZIONE E NUOVI TEST”

La Commissione Ue lancia il suo Piano per preparare l’Europa alla crescente minaccia delle varianti del coronavirus di cui la commissaria von der Leyen aveva già parlato lo scorso 10 febbraio davanti al Parlamento europeo. Con questo nuovo piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti di COVID-19, denominato “HERA Incubator”, sarà avviata una collaborazione con ricercatori, aziende di biotecnologie, produttori e autorità pubbliche nell’UE e a livello mondiale per individuare le nuove varianti, incentivare lo sviluppo di vaccini adattati e nuovi, accelerarne il processo di approvazione e aumentare la capacità produttiva. “È importante agire adesso – affermano dalla Commissione -, mentre continuano a comparire nuove varianti ed emergono le sfide correlate all’aumento della produzione dei vaccini. Lo ‘HERA Incubator’ fungerà anche da modello per la preparazione a lungo termine dell’UE alle emergenze…continua a leggere


LE CONSEGUENZE DEL VIRUS: CALO DI MEMORIA E “NEBBIA MENTALE”

Meno reattivi, imprigionati in una sorta di nebbia mentale, alle prese con problemi di memoria. Sono le conseguenze neurologiche di Covid-19 che persistono in alcuni pazienti anche dopo mesi dal giorno in cui hanno lasciato l’ospedale. A fotografare la sofferenza silenziosa dei reduci dalla battaglia contro Sars-CoV-2 è uno studio italiano coordinato dall’Università Statale di Milano, che indaga nella fase post ospedaliera dei malati Covid, a distanza di 5 mesi: rallentamento mentale e difficoltà di memoria i sintomi più persistenti riferiti. Sono persone che si lasciano alle spalle l’ospedale e, anche se il tempo passa, continuano a fare i conti con le conseguenze del virus. Lamentano stanchezza e mancanza di lucidità, fatica nelle attività quotidiane come lavorare, guidare l’automobile o fare la spesa. Lo studio, pubblicato sulla rivista “Brain Sciences”, riporta la valutazione delle funzioni cognitive, fatta 5 mesi dopo la dimissione dall’ospedale, in un gruppo di 38 pazienti precedentemente ricoverati. Età tra i 22 ed i 74 anni, senza disturbi della memoria o dell’attenzione prima del ricovero. La ricerca coordinata da Roberta Ferrucci, ha visto la collaborazione del Centro Aldo Ravelli del dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi di Milano, dell’Asst Santi Paolo e Carlo e dell’Irccs Istituto Auxologico di Milano, e documenta che 6 pazienti su 10 guariti dal Covid-19 hanno un rallentamento mentale e ottundimento e 2 su 10 riportano oggettive difficoltà di memoria. Questi disturbi, puntualizzano gli autori dello studio, non sono associati a depressione ma sono correlati alla gravità della relativa insufficienza respiratoria durante la fase acuta della malattia. Le alterazioni osservate si riscontrano anche in pazienti giovani. . “Questo è uno studio importante che dimostra che i disturbi di memoria e il rallentamento dei processi mentali osservati, in più della metà dei nostri pazienti, persistono anche mesi dopo la dimissione – spiega Alberto Priori, direttore della Clinica neurologica dell’Università di Milano...continua a leggere




AGENAS: 65% ITALIANI PRONTO A FARE IL VACCINO CONTRO IL COVID

Per il 69,4% degli italiani il vaccino contro Covid-19 è il modo più rapido per tornare alla normalità. La pensano così soprattutto gli ‘over 65’ (76,3%), mentre l’11,7% non è d’accordo. E ancora, il 65,2% ha intenzione di vaccinarsi appena possibile, invece il 17,6% non sembra intenzionato a farlo. Anche in questo caso, i più propensi sono gli ultra65enni (75,4%). A essere maggiormente in disaccordo (22,2%) sono i cittadini tra i 35 e i 44 anni.

Questi i dati emersi da unindagine condotta dall’AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) e dal Laboratorio Management e Sanità (MeS) dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa su larga scala, coinvolgendo 12.322 residenti di tutte le Regioni e Province autonome, per fotografare le attitudini della popolazione italiana nei confronti del vaccino e della vaccinazione contro Covid-19. La propensione è largamente favorevole, ma un ruolo chiave lo giocano l’informazione e l’organizzazione della campagna vaccinale...continua a leggere



IL VACCINO

UNA SOLA DOSE A CHI HA AVUTO L’INFEZIONE

Per chi ha già avuto il Covid una dose di vaccino Pfizer o Moderna aumenta la protezione immunitaria anche contro le varianti, mentre una seconda dose non dà effetti particolari e può essere evitata. Lo affermano due studi, ancora non pubblicati, del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle e della New York University. La prima ricerca si basa sulle analisi del sangue di un campione di dieci volontari, tutti che avevano avuto la malattia, di cui sette vaccinati con una dose di Pfizer e tre con una di Moderna. “Il vaccino ha alzato il livello di anticorpi nel sangue di migliaia di volte – spiega Andrew McGuire, uno degli autori, al New York Times -. Un’amplificazione veramente massiccia”. Nei test di laboratorio è emerso che non solo gli anticorpi sviluppati dai vaccinati sembrano più efficaci di quelli di chi ha avuto due dosi del vaccino ma non l’infezione, ma anche che riescono a debellare anche la ‘variante sudafricana’ del virus. Una sola dose,…continua a leggere


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