ROMANE IPERTESE: SONO 7 SU 10 DOPO I 50 ANNI. IL KILLER AL FEMMINILE SI CHIAMA INFARTO
“La prevalenza dell’ipertensione nelle donne di età superiore ai vent’anni – spiega il prof. Volpe – è del 25% circa, in media. È inferiore nelle donne di giovane età rispetto agli uomini della stessa età; ma questa differenza si riduce progressivamente dai 40 anni, anche prima dell’inizio della menopausa, e si inverte successivamente. Dopo la menopausa aumenta progressivamente e dai 70 anni il 60% degli ipertesi è rappresentato dalle donne”. Ma il vero problema sono le conseguenze dell’ipertensione, che come è noto è fattore di rischio importante per eventi cardiovascolari che comprendono le malattie coronariche, l’infarto del miocardio, lo scompenso cardiaco, l’ictus cerebrale e il danno renale progressivo.
“Queste conseguenze – spiega il Prof. Volpe – possono colpire sia gli uomini che le donne. Ma quando si verifica un evento cardiovascolare nelle donne, ictus o infarto che sia, in genere determina conseguenze più gravi. Per esempio l’ictus, che sembra essere più frequente nell’uomo, decorre in modo più grave nella donna. Dopo un infarto la mortalità a un anno è superiore nella donna rispetto all’uomo. I motivi non sono ben definiti; in parte è stato rilevato che le donne accedono meno ad alcune terapie e ad alcune indagini, ma il dato di fatto è che, per vari motivi, l’esito decorre in modo più grave rispetto agli uomini”. “Nonostante ciò – aggiunge la dottoressa Flora Rita Carnevale, medico di medicina generale – queste malattie vengono ancora considerate da molti come tipiche del sesso maschile. Si tende pertanto a non dare la giusta importanza ai fattori di rischio nella donna e non trattarli adeguatamente. Spetta in prima battuta ai medici di famiglia mettere in atto le strategie finalizzate ad aumentare la prevenzione delle malattie cardiovascolari nel sesso femminile avvalendosi e collaborando con gli specialisti”.
L’ipertensione si associa inoltre ad altri fattori di rischio (alterazione del metabolismo lipidico, del metabolismo glucidico, sovrappeso). Nelle donne più spesso che negli uomini, soprattutto dopo la menopausa, prevalgono l’obesità, il soprappeso e le alterazioni del metabolismo glucidico fino al diabete. In menopausa, in particolare, la riduzione degli ormoni sessuali, che hanno un effetto cardioprotettivo, influenza negativamente i fattori di rischio cardiovascolare. La terapia, quindi, deve tener conto di questi fattori. “Dal punto di vista della prevenzione – conclude il prof. Volpe – bisogna cercare di prevenire queste alterazioni associate anche con lo stile di vita, evitando l’aumento del peso e le conseguenze che questo comporta. E nella scelta dei farmaci è necessario usare quelli che abbiano un effetto favorevole nel ridurre non soltanto la pressione arteriosa ma anche i fattori di rischio associati. Sappiamo, per esempio, che i farmaci che riducono l’attività del sistema renina-angiotensina, come gli ACE-inibitori e i sartani, sembrano essere superiori ad altre classi di farmaci nel prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete soprattutto nei pazienti in sovrappeso. Dai numerosi trial effettuati sappiamo che rispetto agli altri farmaci antipertensivi, i farmaci citati ritardano l’insorgenza del diabete. Infatti nelle donne, soprattutto dopo la menopausa, il sovrappeso (o l’obesità) che predispone al diabete è più frequente”.