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Medinews
29 Gennaio 2004

ISONTINO: IL BILANCIO DELL’ “AREA VASTA” ONCOLOGICA. MIGLIORATE LE CURE E L’ACCESSO ALLE STRUTTURE

Trieste – Adottare strategie comuni e omogeneità nei trattamenti medici, offrire certezze al cittadino, garantire una sempre migliore qualità di vita al paziente. Sono questi gli obiettivi che la Regione Friuli Venezia Giulia si è posta nel 2000 quando decise di istituire i Dipartimenti Oncologici di “Area Vasta”. Alla base dell’iniziativa vi è soprattutto la valorizzazione del lavoro di gruppo, attraverso il quale controllare lo stato delle malattie, stabilire protocolli terapeutici comuni e condivisi, non solo sulla chemioterapia ma anche sulle modalità di follow-up e di accesso ai trattamenti. Ma questo approccio alla sanità è utile anche per l’organizzazione e la gestione dei programmi di formazione.
“Le innovazioni in campo oncologico, le nuove terapie, la tendenza a curare il paziente per lunghi periodi anche al di fuori delle strutture ospedaliere – spiega il prof. Giorgio Mustacchi, Direttore del Centro Oncologico di Trieste e del Dipartimento Oncologico di Area vasta di Trieste e Gorizia – hanno reso impellente il bisogno di coordinare il lavoro dei vari operatori sanitari. A partire dal rispetto dei tempi di degenza e di cura fino all’adozione della cartella unica regionale elettronica, fondamentale per gestire appuntamenti, erogazioni di farmaci ed altre operazioni. Sono tutti aspetti operativi su cui lavoriamo da tre anni e che stanno cominciando a dare importanti risultati. Per ottenerli, naturalmente, non si può prescindere dall’aggiornamento sulle novità e sugli approcci terapeutici da parte non solo degli specialisti ma anche dei medici di famiglia, trait-d’union fondamentale tra oncologi e pazienti per offrire migliori servizi e qualità di vita”. Non a caso proprio l’area vasta dell’isontino è stata sede di una iniziativa nazionale di aggiornamento sulle problematiche della qualità di vita. Si tratta di una serie di corsi ECM organizzati in tutta Italia dalle due principali società scientifiche dell’oncologia (Aiom) e della medicina di famiglia (Simmg) per approfondire il tema della ‘fatigue’, un mix di stanchezza, estrema debolezza e mancanza di energia che affligge sino al 96% dei malati con tumori avanzati sottoposti a chemio e radioterapia. All’appuntamento che si è svolto oggi a Monfalcone – coordinato dal prof. Mustacchi e dal dr. Fogher, medico di famiglia della Simmg – hanno partecipato circa 30 medici di medicina generale.

L’area vasta dell’isontino è una realtà prevalentemente urbana, sviluppata dal punto di vista socioeconomico e presenta alte incidenza dei tumori come in zone simili dell’Italia industriale. Di fronte a queste elevate incidenze il collegamento tra i diversi centri appare essenziale per garantire le migliori cure a tutti i malati, indipendentemente da dove vivono. “In questi 3 anni – spiega il prof. Mustacchi – abbiamo affrontato la necessaria fase di rodaggio, preparando protocolli e regole uniformi, formando il personale, stabilendo accordi sui trasporti. Per esempio, è possibile sottoporsi alla radioterapia solo a Trieste. Per risolvere il problema abbiamo cercato di organizzare in modo ottimale i collegamenti tra Monfalcone, Gorizia e Trieste, riducendo così al minimo i disagi”. Strutture accentrate, pratiche standardizzate, consentono anche una migliore gestione dello screening. “Questa organizzazione non solo migliora i risultati favorendo l’adeguamento dei trattamenti antitumorali, ma contribuisce a mantenere la fiducia dei pazienti. Oggi sempre più malati ritengono di poter essere curati al meglio indipendentemente dalla struttura di ricovero. A dimostrarlo la sensibile diminuzione delle differenze geografiche e delle fughe extraprovinciali”.
In una organizzazione come questa è fondamentale la figura del medico di medicina generale, aggiornato e consapevole dell’importanza della qualità di vita del malati di tumore. “Per questo – ha detto il dr. Fogher – l’obiettivo del corso è stato di presentare ai circa 30 medici di Medicina Generale questo problema come un fenomeno multidimensionale che riduce i livelli di energia, le capacità mentali e lo stato psicologico dei pazienti oncologici, facendo acquisire le conoscenze necessarie per riconoscerlo e per far sì che non venga trascurato nell’ambito dei piani di trattamento. Questo aspetto del percorso assistenziale, più ancora che per altri settori della medicina, comporta infatti lo sviluppo di una sensibilità dei medici anche verso le manifestazioni non strettamente cliniche delle malattie, facendo crescere la voglia di dedicare del tempo ad approfondire tematiche impegnative, sia sul piano scientifico, sia su quello relazionale nel rapporto medico-paziente”.
Il corso si è svolto suddiviso in due sessioni con un aspetto didattico originale: si è mosso dall’analisi delle registrazioni audio e video di due pazienti ammalati di tumore che hanno accettato di raccontare l’esperienza con la fatigue e i pesanti risvolti che ha sulla loro vita quotidiana e su quella delle loro famiglie. La prima sessione, che aveva per titolo ‘Riconoscere e quantificare la fatigue’, ha permesso ai partecipanti di acquisire le conoscenze e le competenze necessarie per identificare i segni e i sintomi della malattia e quantificarne l’impatto sulla qualità di vita del paziente. In questa parte i medici hanno discusso sui filmati dei pazienti e si sono confrontati con i loro racconti dai quali emergono, in tutta la loro drammaticità, i segni della fatigue da cancro. Definita e analizzata la fatigue, nella seconda sessione, dal titolo ‘Fatigue, le strategie di approccio e trattamento’, sono state esaminate le possibili strategie utili per curare la malattia attraverso l’impiego di presidi farmacologici e non farmacologici. I medici presenti sono stati quindi suddivisi in gruppi e ciascun gruppo invitato ad analizzare alcuni casi clinici. Tutte le proposte elaborate sono state infine discusse nell’ultima parte dell’incontro.

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