sabato, 25 settembre 2021
Medinews
17 Luglio 2009

DOPO L’INFARTO, CRESCONO IPERTESI, OBESI E SOVRAPPESO. ‘FALLITE LE STRATEGIE DI CONTROLLO, SERVONO NUOVI MODELLI’

Pietrasanta (LU), 17 luglio 2009 – Peggiorano i parametri di rischio nei pazienti, nonostante l’incremento di farmaci. Il prof. Agabiti Rosei “Si deve investire di più su stili di vita, informazione e organizzazione del sistema”.

La prevenzione cardiovascolare resta tuttora sottovalutata. Troppo. Anche in chi ha già avuto un “segnale” importante come un infarto. Lo dimostra l’indagine condotta dalla Società Europea di Cardiologia (ESC) Euroaspire, che ha analizzato (per la prima volta nel 1995 e poi nel 2007) i fattori di rischio in questi pazienti: gli ipertesi sono passati dal 58 al 61%, quelli in sovrappeso dal 77 all’83%, gli obesi dal 25 al 38%. L’unico, debole, miglioramento riguarda i fumatori scesi dal 20 al 18%. Questo nonostante si tratti di persone particolarmente fragili, seguite con farmaci come antiipertensivi e statine, impiegati in dosi sempre maggiori. “È la chiara dimostrazione che si deve investire di più su stili di vita, informazione e organizzazione del sistema – spiega il prof. Enrico Agabiti Rosei, Direttore della Clinica Medica dell’Università di Brescia, Presidente del Convegno internazionale “La prevenzione delle malattie cardiovascolari” che si apre oggi a Pietrasanta -. Proprio questo sarà il focus dell’incontro, che vede riuniti i maggiori esperti concentrati su come ridurre l’impatto sociale ed economico di queste patologie attraverso interventi di tipo informativo, politico e gestionale, per la correzione del rischio cardiovascolare globale. Senza dimenticare la ricerca. Se ci si limita ad affrontare un solo aspetto del problema, privi di una visione d’insieme, la strategia sarà fallimentare”. Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nel nostro Paese, con il 42% dei decessi. Ma eventi come ictus e infarto, quando non sono letali, rappresentano un’importante causa di disabilità, con una ricaduta diretta sul malato, la famiglia e l’intera comunità. Basti pensare che in Italia si contano 195.000 casi di stroke ogni anno: un terzo muore entro i primi 12 mesi, mentre un altro terzo resta invalido permanente. “Il Convegno di oggi – continua il professore – rivolgerà una grandissima attenzione agli aspetti organizzativi, alla ricerca di nuovi paradigmi. Modelli che coinvolgano non solo i centri specialistici e della medicina del territorio, ma anche gli stessi pazienti”. Non a caso, il workshop si tiene a Pietrasanta, città con un’ottima qualità della vita, una solida tradizione culturale, inserita in un contesto ambientale particolarmente favorevole, in una regione che vanta un sistema sanitario considerato d’eccellenza. L’incontro, organizzato dalla Fondazione Internazionale Menarini, vede riuniti alcuni fra i massimi esperti e si concluderà domani pomeriggio: fra i temi affrontati anche l’importanza del corretto aggiornamento scientifico e il confronto con esperienze dell’Europa centrale ed orientale.

Il trend delle malattie cardiovascolari è abbastanza simile in tutto il continente ma i Paesi di “confine” come quelli dell’Est, rappresentano un importante osservatorio “Qui assistiamo a una differenza di mortalità fra chi abita in provincia e chi in città, con risultati diversi rispetto a quanto ci si potrebbe attendere – spiega il professore -. In città è maggiore lo stress, l’inquinamento e probabilmente si conduce una vita più sedentaria. Ma in campagna non si ha la possibilità di accedere facilmente a procedure diagnostico-terapeutiche, e ciò penalizza questi pazienti più dello stile di vita. Quando invece il livello di tecnologia sanitaria è generalmente buono, come accade da noi, sono soprattutto questi a pesare”. L’accesso alle cure è essenziale: esistono dati che dimostrano come il ricovero in stroke unit, aree di degenza dedicate alla diagnosi e cura dell’ictus in fase acuta, riesca a ridurre mortalità e disabilità grave residua di circa il 20%. In Italia la rete di assistenza cardiovascolare è capillare, con circa 20.000 cardiologi distribuiti in tutte le regioni e una buon coordinamento fra centri di ricerca, ospedale e territorio. Il che non significa che non sia opportuno mettere a confronto vari modelli per coglierne il meglio. “È necessaria una certa elasticità – continua Agabiti Rosei -. Prendiamo i due esempi paradigmatici di Toscana e Lombardia: entrambi presentano i conti in ordine, entrambi dimostrano di funzionare. Pur se l’uno è più orientato al pubblico, l’altro su un privato sociale, com’è nella loro tradizione. L’organizzazione migliore è quella che assicura il miglior servizio al paziente, in termini di efficienza, trasparenza e accesso alle cure”.
Scopo dell’incontro di Pietrasanta è proprio utilizzare il dialogo e il confronto per proporre nuove idee, modalità di comunicazione e organizzazione per la prevenzione. Su questo fronte è importantissimo il ruolo delle società scientifiche, in particolare quelle sovranazionali come la Società Europea dell’Ipertensione, attualmente presieduta dal prof. Narkiewicz, presente al workshop.
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