giovedì, 3 dicembre 2020
Medinews
9 Maggio 2006

UN VACCINO SALVAVITA PER I TUMORI AL COLLO DELL’UTERO. “PROTEZIONE TOTALE” ANCHE DAI CONDILOMI

sez,401

I dati preliminari dello studio FUTURE resi noti al congresso del Regina Elena

Scarica la cartella stampa



Roma, 30 marzo 2005 – È in fase avanzata di sperimentazione clinica un vaccino contro l’Human Papilloma Virus (HPV) sviluppato sia per proteggere dall’infezione benigna (o condilomatosi, la malattia a trasmissione sessuale più diffusa al mondo), che, soprattutto, dal rischio di sviluppare il tumore del collo dell’utero. Dai primi studi effettuati è emerso che la risposta immunitaria è almeno 40-60 volte maggiore di quella naturale, ponendo questo vaccino tra i più efficaci. Ciò dovrebbe dare la garanzia di un’ampia protezione e, se i risultati saranno confermati, spianerebbe la strada alla completa vittoria sull’HPV, responsabile della totalità dei tumori del collo dell’utero. I dati preliminari del programma di sviluppo del vaccino sono stati presentati oggi al congresso ‘Human Papilloma Virus: le acquisizioni di base e la ricerca clinica’, organizzato dall’Istituto Regina Elena (IRE) di Roma, capofila dello studio FUTURE per l’Italia insieme ai centri Pascale di Napoli, S. Andrea di Roma, a Brescia e Palermo.

“Lo studio di fase III FUTURE – afferma il prof. Francesco Cognetti, direttore scientifico dell’IRE – sembra evidenziare che l’immunità nelle donne vaccinate è persistente. Si tratta di una delle più vaste sperimentazioni mai effettuate che vede come protagonisti a livello mondiale i ricercatori del Regina Elena e fornisce una speranza concreta di sconfiggere definitivamente il tumore del collo dell’utero”. “Il cocktail vaccinale anti-HPV che abbiamo valutato – spiega il prof. Luciano Mariani responsabile della ricerca all’IRE – è ideale perché contiene sia i genotipi HPV a maggior rischio tumore (tipi 16 e 18) sia quelli correlati alla patologia benigna (tipi 6 e 11) e non dà alcun effetto collaterale, se non quello classico nella sede d’iniezione. Questo vaccino offre pertanto la possibilità di una protezione completa: non solo impedirà nel tempo l’insorgenza di questa neoplasia ma proteggerà anche dalla condilomatosi, patologia tre volte più diffusa dell’herpes genitale e che per i ceppi virali ad alto rischio rappresenta la condizione necessaria per lo sviluppo del carcinoma della cervice uterina”.
Il tumore del collo dell’utero colpisce ogni anno in Italia più di 3.500 donne, soprattutto giovani: la fascia d’età più a rischio è dai 30 ai 35 anni, seguita da quella attorno ai 60 anni.
In attesa del vaccino, che sarà in grado di risolvere il problema alla radice, prevenendo l’infezione, la malattia può essere controllata anche attraverso l’impiego di un nuovo test HPV. Questa metodica – già ampiamente utilizzata in molti Paesi occidentali tra cui Usa, Gran Bretagna, Germania e non ancora altrettanto diffusa in Italia – consente di verificare in modo semplice la presenza di ceppi HPV ad alto e basso rischio. “Grazie all’integrazione con il Pap test – spiega ancora il prof. Mariani – specie nelle donne dopo i 30 anni o in quelle con risposta dubbia al Pap test, si riescono a discriminare le persone che non presentano alcun rischio da quelle che invece devono affrontare un ulteriore livello diagnostico, cioè la colposcopia”.
“Adottando questa strategia diagnostica di combinazione – conclude il prof. Cognetti – agli ambulatori di Ginecologia dell’IRE possiamo concentrare gli sforzi clinici solo sulle donne realmente ad alto-rischio, risparmiando tempo, denaro ed ansia in tutte le altre”.
“Attenzione però – afferma il prof. Sergio Pecorelli dell’Università di Brescia e responsabile del gruppo di lavoro sulla prevenzione del cervico-carcinoma del ministero della Salute – mentre attendiamo fiduciosi i risultati dello studio, dobbiamo affrontare la realtà italiana: a tutt’oggi solo il 50% delle donne in età da pap test effettuano l’esame almeno una volta ogni cinque anni. Con notevoli differenze fra il centro-Nord (che raggiunge punte del 75% ) e il sud che globalmente non supera il 35%. Tutto ciò mentre è ormai risaputo che l’adesione ad un programma di screening potrebbe portare alla quasi eradicazione del tumore del collo dell’utero. Il programma di prevenzione attiva del Ministero si pone l’obiettivo di eliminare questo notevole disequilibrio territoriale attraverso l’istituzione di centri regionali per l’attuazione dello screening utilizzando le più moderne tecniche già adottate da alcuni Paesi europei. La Commissione ministeriale ha comunque preso atto dell’importanza del test dell’Hpv all’interno dei programma di screening, in attesa dei risultati del più importante studio al mondo di comparazione su 100.000 donne fra pap-test convenzionale e test Hpv effettuato su citologia su strato sottile, completamente condotto dall’Italia con fondi pubblici dallo Stato, da 8 Regioni e dall’Unione europea. Dati che saranno disponibili entro il prossimo anno”.
TORNA INDIETRO