martedì, 16 agosto 2022
Medinews
11 Febbraio 2004

UN ‘CHECK’ SUL RISCHIO D’INFARTO DEGLI ITALIANI NASCE A MILANO LA PRIMA BANCA DEL DNA

Presentati i dati preliminari di uno studio osservazionale che coinvolgerà 8.000 persone

Milano, 30 giugno 2003 – Un italiano su dieci di età compresa fra i 40 e i 79 anni sarà colpito da infarto, ictus o angina nei prossimi 10 anni. Lo rivelano i dati preliminari di uno studio chiamato CHECK, il primo del genere realizzato nel nostro Paese, che traccia la ‘carta d’identità’ cardiovascolare degli italiani e permette di stimare la probabilità media di essere colpiti da una malattia cardiaca. I risultati si basano su un campione iniziale di circa 4.000 persone, scelte secondo una metodologia randomizzata (in altre parole in modo casuale) e non in base al rischio (l’arruolamento è iniziato nel 2002 ed è ancora in corso. Lo studio durerà 10 anni). Il verdetto è duro, ma il ritratto di partenza non è dei migliori. Il 43% dei nostri connazionali è sovrappeso, quasi il 10% obeso o grande obeso. E ancora, il 21% fuma, il 48% consuma bevande alcoliche, il 38% è iperteso, il 51% ha il colesterolo totale superiore a 200. “Lo studio Check – spiega il prof. Alberico Catapano, ordinario di Farmacologia e direttore del centro studi sull’Aterosclerosi dell’Università di Milano – è altamente predittivo e sufficientemente vasto da essere rappresentativo della realtà italiana: alla fine saranno analizzate più di 8.000 persone, attivati 50 gruppi di ricerca, rispettando il rapporto maschi/femmine (49/51 nel nostro paese), l’età media (57 anni) e, come suggeriscono le ultime ricerche, tenendo conto non dei singoli fattori ma del rischio cardiovascolare globale”. Lo studio serve anche a costituire la prima banca del DNA degli italiani per studiare come differenti codici genetici possano influenzare il rischio cardiovascolare. Le caratteristiche genetiche delle persone sotto controllo che incapperanno in accidenti cardiovascolari verranno confrontate con quelle genetiche e biochimiche di chi non ha subito attacchi. Le differenze a livello di DNA indicheranno con maggiore precisione il rischio individuale.

Considerare il rischio globale significa comprendere che una persona con ‘solo’ la pressione arteriosa alta, ad esempio 180 mmHg di sistolica, rischia di meno rispetto a chi ha 3 valori leggermente sopra la norma, ad esempio una pressione sistolica di 150 mmHg, colesterolo totale 240 mg/dl e HDL (colesterolo ‘buono’) 40 mg/dl. “Nonostante la prima persona abbia maggiori probabilità di ricevere una terapia – sostiene il prof. Catapano – è la seconda che dovrebbe iniziare con maggiore urgenza un trattamento”. Ma come si calcola il rischio globale? “Con il CHECK (Cholesterol and Health: Education, Control and Knowledge) – prosegue il prof. Catalano che dirige anche il Servizio di epidemiologia e farmacologa preventiva (Sefap) dell’Università di Milano – prendiamo tutti i valori del sangue, della pressione, li ‘mixiamo’ con i punteggi dello stile di vita (fumo, alcol, sedentarietà) e quelli relativi ad eventi cardiovascolari subiti in passato o tra i familiari”. In questo modo l’identikit è tracciato, ma non ancora completato: presto si avranno dallo studio altre informazioni sullo stato di salute del Belpaese e su cosa lo aspetta in futuro.
“La metodologia dello studio – afferma il dr. Andrea Poli, direttore scientifico della Nutrition Foundation of Italy – prevede il coinvolgimento di 750 medici di medicina generale di tutt’Italia, che hanno il compito di tenere sotto attento controllo, nel tempo, 16 dei loro assistiti, scelti in modo casuale (estraendo 16 numeri a caso dagli elenchi alfabetici dei pazienti, elaborati dalle Asl). I medici coinvolti hanno contattato telefonicamente i nominativi corrispondenti, hanno convocato le persone in ambulatorio, le hanno sottoposte a un prelievo di sangue. I campioni sono stati analizzati e archiviati, congelati, dal laboratorio centralizzato; hanno quindi visitato i pazienti, chiedendo informazioni su malattie pregresse, abitudini alimentari, altezza, peso e fattori di rischio. Si determina così il profilo di rischio per la popolazione nazionale tra i 40 e 79 anni”. L’istantanea prende quindi forma, ponendo le basi per una maggiore conoscenza delle caratteristiche della popolazione.
“In Italia non esistono ancora dei valori medi di riferimento sulla qualità della vita della popolazione generale – aggiunge il dr. Lorenzo Mantovani, Responsabile scientifico del Centro di Farmacoeconomia del Dipartimento di Scienze Farmacologiche dell’Università degli Studi di Milano – abbiamo informazioni soltanto su pazienti colpiti da alcune malattie, come il reflusso gastroesofageo, l’obesità, l’emofilia, la depressione, il diabete, cioè ‘sottopopolazioni’ ma non esiste un dato generale sulla salute della popolazione italiana. Ora, con lo studio CHECK, lo sapremo. Stesso discorso vale per i costi: normalmente vengono calcolati quelli del paziente diabetico, obeso o comunque colpito dalle patologie più diffuse. Ma il costo medio di un italiano estratto a caso dalla popolazione generale non è noto”.
In base ai risultati preliminari dello studio, che tiene conto sia dei differenti stili di vita che dei parametri fisiologici e clinici, si può affermare che nel nostro Paese c’è ancora molto da fare per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, partendo dall’educazione ai cittadini e dal coinvolgimento del medico di famiglia.
“Nei prossimi 10 anni – spiega il dr. Ovidio Brignoli, vice presidente nazionale della Società Italiana di Medicina generale – ci dedicheremo a osservare il campione. Grazie al prelievo di sangue saremo infatti in grado di capire se alcune situazioni si modificano, se e quali determinanti genetiche sono coinvolte, come lo sono e in che modo è possibile intervenire per modificarle, con il fine ultimo di ridurre il rischio cardiovascolare. Questa collaborazione nasce dall’idea che gli studi sulla popolazione ‘vera’ sono molto rari in tutto il mondo – conclude il dr. Brignoli – ma sono probabilmente anche gli unici in grado di dire se le terapie saranno efficaci. Nei trial clinici randomizzati, infatti, le popolazioni sono molto selezionate e quindi la ricaduta dal punto di vista della modifica dello stile di vita e della assunzione di terapia si riferisce sempre a persone preventivamente scelte secondo determinati criteri”. (Carlo Buffoli)
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