mercoledì, 14 aprile 2021
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5 Febbraio 2003

TUMORI: NASCE A TORINO IL PRIMO GRUPPO INTERDISCIPLINARE CURE

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Il capoluogo piemontese si conferma leader nella lotta ai tumori e alle loro complicanze

Torino, 5 febbraio 2003 – Dopo la Rete Oncologica Piemontese (R.O.P.), avviata nel 1999 con strutture capillari su tutto il territorio regionale, nasce oggi alle Molinette il Gruppo Interdisciplinare Cure (G.I.C.) con l’ambizioso obiettivo di ottimizzare il percorso di cura del paziente con metastasi ossee.
“L’interdisciplinarietà – afferma il dr. Libero Ciuffreda, oncologo all’ospedale S. Giovanni Battista di Torino – è alla base della strategia dell’approccio clinico. E per quanto riguarda il trattamento delle lesioni metastatiche ossee il gruppo di esperti deve includere diverse specialità medico infermieristiche tra le quali l’ortopedia, con uno speciale interesse per la patologia oncologica degli arti e del rachide.

Che questi pazienti non possano e non debbano essere considerati persi lo confermano non solo i protocolli internazionali, ma anche i più recenti studi epidemiologici. Se fino agli anni Ottanta si poteva dimostrare che il tumore dava metastasi ossee nel 13% dei casi, secondo i dati più recenti, con l’aumento del tasso di sopravvivenza nei pazienti affetti da carcinoma e a seguito di un più accurato esame delle metastasi, lo scheletro risulta coinvolto in circa il 70% di tutti i carcinomi. I carcinomi che più frequentemente metastatizzano allo scheletro nell’adulto sono il carcinoma mammario, prostatico, polmonare, renale e tiroideo. I siti più frequenti di metastasi sono il cranio, le vertebre e le ossa piatte del bacino. Talvolta vengono colpite le ossa lunghe dello scheletro. Il coinvolgimento può variare da piccoli focolai formati da poche cellule ad ampie lesioni con conseguente deformità, fratture patologiche e grave danno scheletrico.
Un progetto di ricerca sulle metastasi e sui meccanismi molecolari che le scatenano è in corso all’ospedale S. Giovanni Battista di Torino. “Il nostro studio – spiega il dr. Riccardo Ferracini, ortopedico all’ospedale S. Giovanni Battista di Torino e membro del gruppo di lavoro – si propone lo studio delle metastasi osteolitiche, che rappresentano un serio problema per i pazienti oncologici dati i loro esiti gravemente invalidanti. Ogni anno infatti, in Italia 150.000 persone muoiono di cancro e gran parte di essi ha forti dolori dovuti proprio alle metastasi ossee. La ricerca punterà all’identificazione delle interazioni biologiche e dei meccanismi molecolari responsabili delle metastasi scheletriche. L’identificazione di questi meccanismi può portare alla scoperta di specifici bersagli per terapie innovative. Da un punto di vista farmacologico, lo studio prevede una valutazione in vitro degli inibitori del riassorbimento osseo, tra i quali le osteoprotegerine, i bisfosfonati e gli inibitori delle tirosina-chinasi, coinvolti nei meccanismi che regolano la migrazione degli osteoclasti verso i siti di riassorbimento osseo. In particolare il nostro gruppo è interessato anche al ruolo che può avere un bisfosfonato di nuova generazione come Zometa nel trattamento di questi pazienti, nelle fasi precoci successive alla frattura patologica”.
“Scopo dello studio – conclude la dr.ssa Ilaria Roato, biotecnologa – è l’applicazione delle informazioni ottenute alla produzione di terapie innovative per il trattamento e il controllo delle metastasi ossee e di strumenti diagnostici per la valutazione dei pazienti con neoplasie ossee primitive o secondarie sulla base del potenziale rischio di metastatizzazione dei tumori presi in esame. Il progetto si svolgerà attraverso una serie di obiettivi da svolgere nei quattro anni previsti”. I bisfosfonati costituiscono, quindi, un presidio terapeutico di grande interesse per i risultati che hanno dimostrato nel ridurre il numero di eventi scheletrici, quali le fratture patologiche e in secondo luogo perché sembrano in grado di bloccare il progredire della malattia. L’acido zoledronico, bisfosfonato di ultima generazione,viene somministrato in soli 15 minuti contro le due ore richieste in precedenza e ciò migliora ulteriormente la qualità di vita del paziente che non è costretto a trascorrere intere giornate in ospedale. Dal punto di vista farmaco economico, la riduzione dei tempi di ospedalizzazione coincide con un risparmio sia in termini di denaro sia di risorse umane che si possono dedicare ad un maggior numero di pazienti.

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