domenica, 10 dicembre 2023
Medinews
14 Maggio 2008

TUMORE DEL SENO: COLPITA UNA DONNA SU DIECI. CURE MIRATE MA ANCHE CHEMIO PERSONALIZZATA

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Scoprire bersagli su cui misurare l’efficacia deve essere un obiettivo anche per le terapie più utilizzate, le antracicline che fino a prova contraria restano insostituibili

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Milano, 14 maggio 2008 – Fino a quando non ci sarà una vasta ricerca indipendente che decreti la superiorità di altre combinazione terapeutiche, la chemioterapia non si tocca. E’ questo in sintesi il messaggio per medici e malati di tumore del seno – che in Italia colpisce una donna su dieci provocando ancora 11.000 decessi l’anno – sottolineato al meeting della Fondazione Michelangelo, oggi a Milano all’Istituto Nazionale dei Tumori (INT) con tre dei massimi esperti internazionali: Larry Norton (Sloan Kettering Cancer Center), Gabriel Hortobagyi (MD Anderson Cancer Center) e Norman Wolmark (NSABP Foundation di Pittsburgh), oltre a Luca Gianni, coordinatore scientifico della Fondazione, chairman dello European Breast Cancer Group e direttore dell’oncologia medica 1 dell’INT. “Con questo seminario di alto livello internazionale, la Fondazione Michelangelo, fondata e presieduta da Gianni Bonadonna a Milano, si pone sempre più punto di riferimento mondiale della ricerca applicata alla clinica per offrire al più presto i risultati alle pazienti – afferma Luca Gianni – Negli ultimi anni l’introduzione di nuove molecole ha provocato cambiamenti nella chemioterapia e recentemente alcuni ricercatori hanno messo in dubbio le antracicline, farmaci di riferimento presenti in tutte le combinazioni chemioterapiche”. Ma, secondo quanto evidenziato al meeting della Fondazione da Gabriel Hortobagyi, past president dell’ASCO (la società scientifica americana di oncologia) piuttosto che discutere se togliere o meno queste molecole dalla terapia sarebbe importante focalizzarsi sull’identificazione di predittori della risposta terapeutica – efficace o di resistenza – per ciascun paziente in modo da personalizzare la chemioterapia, in analogia a quanto fatto per il recettore HER2 per le cure ‘intelligenti’. Secondo quanto evidenziato al meeting della Fondazione Michelangelo, il bersaglio su cui vengono valutate le antracicline, il recettore TOPO IIa, non è l’unico sui cu agiscono. Vi sono infatti altri marcatori della loro attività che andrebbero ricercati per personalizzare la chemioterapia. E ciò vale anche per altri chemioterapici.

Gli studi che hanno messo in discussione l’utilizzo delle antracicline sono quelli sul carcinoma mammario HER2-positivo del BCIRG (Breast Cancer International Research Group) coordinato da Dennis J. Slamon dell’Università della California a Los Angeles, e una valutazione retrospettiva condotta da un gruppo di oncologi coordinati da Alessandra Gennari dell’Istituto nazionale di ricerca oncologica di Genova. Ma, secondo quanto illustrato ancora da Hortobagy, una recente overview di studi (la ‘Oxford overview’) dimostra senza dubbi la superiorità dei regimi chemioterapici basati su antracicline rispetto a quelli senza questa classe di farmaci. Mentre invece il risultato di un singolo studio, sul quale si baserebbe la supposta equivalenza terapeutica delle antracicline rispetto ai regimi che non le includono negli studi sopra citati, non è sufficiente per apportare cambiamenti nel trattamento del carcinoma mammario. Almeno fino a quando un’ampia analisi indipendente e prospettica sugli studi compiuti non lo accerti. “Per le pazienti – spiega Luca Gianni – le antracicline rappresentano un punto di riferimento, secondo l’ultimo aggiornamento della meta-analisi effettuata dall’European Early Breast Cancer Collaborative Trials’ Group che indica un beneficio in termini di minori recidive e minore mortalità da carcinoma mammario rispetto ai regimi chemioterapici senza antracicline, e ciò indipendentemente da età della paziente, stato dei suoi recettori estrogenici e terapie concomitanti. Prima di rinunciare a farmaci capaci di tanto – sulla presunta scorta di ipotesi per quanto ragionevoli esse siano o per timore di effetti collaterali che sino a ieri la comunità medica ha sempre ritenuto valessero il rischio per i vantaggi attesi – è opportuno riflettere accuratamente”. Un compito che fin dai suoi esordi, la Fondazione Michelangelo promuove in ogni settore dell’oncologia ma in particolare in senologia, per offrire soluzioni cura dei pazienti affetti da cancro.
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