martedì, 24 novembre 2020
Medinews
21 Marzo 2006

TUMORE DEL COLON, NUOVA TERAPIA ‘SALVAVITA’. AUMENTA LA SOPRAVVIVENZA DEI MALATI CON METASTASI

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Disponibile anche in Italia il cetuximab, primo anticorpo monoclonale anti EGFR

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Roma, 26 settembre 2005 – In oltre il 50% dei pazienti con cancro del colon metastatico, che non rispondevano più ad alcun trattamento, ha stabilizzato la malattia e in circa il 25% ha addirittura ridotto la massa tumorale. La nuova molecola, oggi disponibile anche in Italia, rimborsabile dal SSN, si chiama cetuximab ed è il primo anticorpo monoclonale anti EGFR. In associazione con un altro chemioterapico, l’irinotecan, ha dimostrato di ripristinare la sensibilità alla terapia nei pazienti già pretrattati con il chemioterapico irinotecan, al quale il paziente era diventato resistente. “Si tratta di risultati di rilievo – afferma il prof. Carlo Barone, della Divisione di Oncologia Medica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – che aprono nuove concrete speranze per le oltre 37.000 persone a cui ogni anno in Italia viene diagnosticato un cancro del colon, metà delle quali sono destinate a sviluppare metastasi. Una svolta quasi epocale se si pensa che negli anni ’70 la sopravvivenza di questi pazienti era di soli sei mesi. Oggi, grazie anche alle terapie mirate, è possibile raggiungere i due anni”. La disponibilità della nuova molecola cetuximab è stata annunciata oggi nel corso del convegno nazionale “Target therapy: dal laboratorio alla clinica”, in corso al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Roma.

Il cetuximab agisce su un recettore cellulare specifico, l’Epidermal growth factor receptor (EGFR), presente in alcuni tipi di cancro: polmone, prostata, colon, ovaio, testa-collo. La presenza del recettore correla con processi quali l’invasività del tumore, la metastatizzazione e, conseguentemente, una prognosi negativa. Cetuximab non ha solo evidenziato negli studi clinici un’attività antitumorale diretta contro le neoplasie che esprimono l’EGFR, ma è anche in grado di potenziare i trattamenti convenzionali (chemioterapia e radioterapia). “La possibilità offerta dal cetuximab di avere una ulteriore arma terapeutica a disposizione e, in particolare, di far regredire la resistenza all’irinotecan – prosegue il prof. Barone – è un risultato di estremo interesse e apre un nuovo panorama di sviluppo clinico in fasi più precoci di malattia. Attualmente è in corso un ampio trial su 1080 pazienti in cui il cetuximab, associato ad una delle più attive combinazioni chemioterapiche (denominata FOLFIRI), viene confrontato con il FOLFIRI stesso. I risultati sono attesi fra circa 1 anno e potrebbero contribuire a modificare radicalmente il panorama terapeutico del cancro colorettale e le aspettative di vita dei pazienti”.
I dati di riferimento del dossier registrativo di cetuximab sono basati sullo studio europeo multicentrico BOND (Bowel Oncology with Cetuximab Antibody) condotto in 11 Paesi europei e in 57 ospedali, su 329 pazienti. Lo studio prevedeva il confronto tra una terapia di combinazione di cetuximab e irinotecan, rispetto ad una monoterapia con cetuximab, e intendeva valutare la risposta obiettiva, il tempo alla progressione della malattia e gli effetti collaterali. Lo studio BOND evidenzia che, quando irinotecan è somministrato in combinazione con cetuximab, la percentuale di risposta è del 23% ed il ritardo di progressione di malattia o la stabilizzazione del tumore è del 55%. I dati corrispondenti di cetuximab in monoterapia, sono rispettivamente dell’11% e del 32 %. Risultati dunque interessanti, in quanto inusuali in pazienti con malattia avanzata, già precedentemente sottoposti a 3-4 linee di chemioterapia.
“Uno degli aspetti più innovativi delle conoscenze oncologiche derivati dalla biologia molecolare – sostiene il prof. Stefano Cascinu, direttore della Clinica di Oncologia Medica dell’Università Politecnica delle Marche – è l’abbandono dell’idea di considerare la terapia del cancro alla stessa stregua della terapia delle infezioni: la terapia anti-neoplastica può diventare simile alla terapia di una malattia cronica. In altre parole, l’importante non è solo l’uccisione delle cellule neoplastiche ma garantire una sorta di equilibrio del tumore con il paziente, tale da consentire la sopravvivenza del paziente senza segni e sintomi importanti legati alla malattia tumorale. L’ASCO (American Society of Clinical Oncology), si è data come obiettivo quello di rendere il cancro metastatico una malattia cronica nell’arco dei prossimi 10 anni. Può essere un obiettivo ambizioso ma appare realistico. Una ulteriore considerazione, che ci viene da una serie di studi clinici, è che probabilmente non dobbiamo pensare all’impiego isolato di un singolo farmaco ma dobbiamo combinare vari farmaci e somministrali con una sequenza ottimale.”.
“Le scoperte di biologia molecolare – sostiene il prof. Emilio Bajetta, direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e presidente eletto dell’AIOM – consentiranno in un futuro ormai prossimo una personalizzazione della terapia. Compito dell’AIOM è di coordinare gruppi di studio ad hoc, chiamati per esempio a ridefinire i criteri di valutazione della risposta dei farmaci. E’ necessario inoltre stabilire anche nuovi parametri predittivi di questa risposta e una migliore selezione dei pazienti, anche in ragione di una ottimizzazione della cura, visto i costi elevati. Altro aspetto in divenire della terapia oncologica consiste nel definire la durata della terapia in caso di combinazione con i chemioterapici e, di conseguenza, la modalità di somministrazione (non più per cicli come con la chemioterapia ma in modo continuativo). Al termine di questo lavoro dovranno essere redatte nuove linee guida”.
Le più recenti acquisizioni cliniche, ottenute anche grazie ad una nuova e più stretta collaborazione tra ricercatori di base e clinici, devono però essere messe immediatamente a disposizione dei pazienti. “Non possiamo cioè permettere – spiega il prof. Francesco Cognetti, direttore scientifico dell’Istituto Regina Elena di Roma – che passino anni dal momento in cui si ha l’evidenza dell’efficacia di un farmaco alla possibilità per i pazienti di utilizzarlo. Noi oncologi rivendichiamo il diritto a gestire una terapia nel momento che viene documentata la sua efficacia. Per queste ragioni l’AIOM, di cui sono uno dei past president, ha aperto un tavolo di confronto con l’Agenzia Italiana del Farmaco, con l’obiettivo, prima di tutto, di ottenere una corsia preferenziale per rendere disponibili subito anche in Italia i farmaci innovativi e di discutere dell’uso off label dei farmaci, cioè per applicazioni cliniche diverse da quelle riportate nell’indicazione autorizzata. Un uso peraltro già consentito, ma che comporta difficoltà di spesa e di ordine medico legale. Il rapido passaggio dal laboratorio alla clinica – conclude Cognetti – può inoltre innescare il processo inverso – dal letto del paziente al laboratorio – in una sorta di circolo virtuoso che consenta di selezionare maggiormente il campione che potrà beneficiare del trattamento. Un po’ come è successo per gli inibitori della trasduzione del segnale, in cui dopo un primo momento di soddisfazione si è passati al quasi fallimento. E’ stato pertanto richiesto di effettuare ulteriori analisi sulle mutazioni del recettore e si è visto che questo tipo di molecole aveva più effetto in pazienti che presentavano la mutazione”.
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