Medinews
22 Febbraio 2008

TUMORE DEL CERVELLO, DOPPIA LA PERCENTUALE DI SOPRAVVIVENZA NELLE DONNE

Uno studio condotto dalla dott.ssa Alba Brandes mostra che il sesso femminile ha maggiori possibilità, a parità di malattia, di vivere più a lungo dopo le cure

Bologna, 22 febbraio 2008 – Nella lotta al più aggressivo fra i tumori cerebrali, il glioblastoma, sono stati fatti enormi passi avanti negli ultimissimi anni, grazie alle nuove conoscenze di genetica molecolare farmacologie e neuroradiologia. Ed un netto vantaggio è emerso per le donne affette da questa patologia, che sopravvivono per il 57% a due anni, contro il 35% dei maschi. I dati derivano da uno studio condotto su più di 100 pazienti, (il 34% donne) dalla dr. ssa Alba Brandes, direttore dell’U.O. Complessa di Oncologia dell’Ospedale Bellaria – Maggiore di Bologna – e vengono presentati oggi in occasione del quarto congresso mondiale sui tumori del cervello, ospitato per la prima volta nel capoluogo emiliano, presieduto dalla dr.ssa Brandes. “La predisposizione del sesso femminile a vivere più a lungo dopo le cure, ipotizzata in precedenti osservazioni all’università di Houston, è ormai certa – afferma la dott.ssa Brandes, presidente del congresso – il campione esaminato ha mostrato il passaggio da una sopravvivenza media di 12 mesi (il miglior risultato ottenibile sino a circa 3 anni fa) a 17.8 mesi negli uomini e a 26.3 mesi nelle donne. Il nostro studio è stato condotto con la somministrazione di un chemioterapico per via orale, la temozolomide, in associazione alla radioterapia, e successivamente il solo farmaco in cicli mensili di terapia. Tra i due sessi le caratteristiche cliniche e genetiche della neoplasia erano del tutto simili, ma si sono riscontrate notevoli diversità nella risposta alla terapia, sia per l’intervallo di tempo mediano tra il primo intervento chirurgico e la ricrescita della malattia (3,7 mesi), che nella sopravvivenza, con ben 8,5 mesi di differenza”.
“Il motivo della differente risposta alla terapia nei due sessi non è ancora noto, forse è legato al cromosoma XX, ma il risultato globale è straordinario: è l’anno zero per chi si occupa di questa patologia, abbiamo la necessità di rivedere completamente i criteri di prognosi – afferma la dr. Alba Brandes – e di studiare i meccanismi genetici alla base di questa predisposizione per poter conoscere meglio come colpire la malattia senza danneggiare l’individuo”.
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