domenica, 6 dicembre 2020
Medinews
30 Aprile 2009

TROPPE MASTECTOMIE, ‘COLPA’ DI RISONANZA MAGNETICA

Al Congresso ASCO specialisti a confronto sulle tecniche di screening. Il prof. Conte: “Le procedure diagnostiche vanno utilizzate solo con evidenze scientifiche”

Chicago, 31 maggio 2008 – Esami diagnostici troppo approfonditi a volte possono avere effetti negativi, finendo per suggerire al chirurgo un intervento più radicale (e talvolta eccessivo) rispetto alla decisione che avrebbe preso con esami meno specifici. E’ la paradossale conclusione a cui e’ giunto uno studio della Mayo Clinic di Rochester (Minnesota), presentato oggi al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago, il massimo appuntamento mondiale dedicato alla cura e alla lotta al cancro che riunisce decine di migliaia di specialisti. Secondo lo studio, sempre più donne curano il tumore alla mammella ricorrendo all’intervento più radicale, cioè l’asportazione della mammella stessa: il 13% in più in tre anni nella sola clinica americana, con la mastectomia che rappresenta ormai il 43% di tutti gli interventi contro il cancro al seno contro il 30% del 2003. Un sacrificio spesso inutile, dovuto a un uso eccessivo della risonanza magnetica, che individua più frequentemente della semplice mammografia grumi di cellule solo ‘potenzialmente’ cancerose. I dati parlano chiaro: se la percentuale di donne con tumore al seno che ha fatto ricorso a mastectomia è salita dal 30 al 43 % in tre anni, nello stesso periodo il numero di donne che hanno fatto la risonanza magnetica invece della mammografia è raddoppiato, passando dall’11 al 22 %. Un fenomeno globale, considerando che anche in Italia le mastectomie sono in aumento, senza apparenti motivazioni di incidenza della malattia: “Questo dato ci serva da monito – avverte l’oncologo Pierfranco Conte, direttore del dipartimento di Oncologia ed ematologia del Policlinico di Modena – su come anche le procedure diagnostiche andrebbero utilizzate solo con evenienze scientifiche. Questo non è il primo esempio di indagine sofisticata che porta a conseguenze negative, portando noi medici a prendere decisioni diverse da quelle che avremmo preso solo perchè viene indicata una lesione ‘sospetta’ che poi spesso e’ solo un’ entità biologica che non si sarebbe sviluppata in un tumore. Penso ai casi della Pet o la Psa per la prostata”. ‘Sapere’ troppo, insomma, a volte non aiuta ne’ medico ne’ paziente, anzi: “La massima sensibilità non e’ un vantaggio se si traduce in un intervento che non ha spiegazioni scientifiche, considerando che la chirurgia conservativa per il tumore al seno e’ ormai sicura quanto quella radicale per la maggior parte dei casi, con il vantaggio che non si deve asportare il seno. Se non ci sono indicazioni particolari – conclude Conte – come nel caso di donne molto giovani con possibile ereditarietà della patologia, una diagnosi troppo approfondita come la risonanza magnetica può tradursi in uno svantaggio per la paziente”.

di Francesca Goffi
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