sabato, 18 settembre 2021
Medinews
20 Giugno 2003

TRA DIECI ANNI SI POTRA’ PREVENIRE IL CANCRO. TERAPIE PERSONALIZZATE PER BLOCCARE LA GENESI DEI TUMORI

Ne sono convinti gli oncologi medici universitari riuniti in convegno a Siena

Siena, 20 giugno 2003 – Arrivare a prevenire il cancro bloccando il processo di cancerogenesi quando è ancora all’inizio: quello che solo fino a ieri sembrava un azzardo potrebbe diventare realtà tra una decina d’anni. A sostenerlo sono alcuni tra i massimi esponenti dell’oncologia italiana, riuniti oggi e domani a Siena al secondo congresso nazionale del Collegio degli Oncologi Medici Universitari. A segnare la svolta – ha spiegato Salvatore Venuta, professore di oncologia medica e rettore dell’Università di Catanzaro – “saranno le cosiddette terapie ‘tailored’, ossia “tagliate addosso”, personalizzate ad ogni singolo paziente”, il cui disegno ci consentirà appunto di fare “chemioprevenzione, interferendo nel processo cellulare che porta alla crescita e proliferazione della massa tumorale”. In Italia, per arrivare a raggiungere questo traguardo, l’oncologia si sta evolvendo in tre direzioni. “Innanzitutto stiamo lavorando per migliorare le tecniche di terapia genica – afferma Aldo Vecchione, professore di oncologia medica a La Sapienza di Roma -. In secondo luogo si stanno studiando geni multipli in grado di fornire prodotti capaci di combattere eventuali ricomparse della malattia. Questo permetterà, in futuro, di selezionare pazienti che non avranno più bisogno di chemioterapia. In ultimo, si sta cercando di determinare i geni che si oppongono all’effetto citotossico della chemioterapia stessa rendendola inutile”.
In ragione di questa nuova era biomolecolare, che andrà ad integrare le attuali acquisizioni nella lotta alla malattia, anche la figura dell’oncologo medico va dunque radicalmente cambiando. “Oggi – spiega infatti Guido Francini, direttore dell’unità operativa di oncologia medica delle Scotte di Siena e organizzatore del congresso – l’oncologo non può più essere solo un clinico ma deve avere forti competenze biotecnologiche: uno specialista traslazionale, in grado di interpretare le informazioni provenienti dal laboratorio e di integrarle con la clinica”.
I risultati finora ottenuti in Italia sono buoni. Ne è convinto Piero Tosi, presidente della Conferenza dei rettori universitari italiani e rettore dell’Università di Siena. “Nonostante gli scarsi investimenti – precisa Tosi – a parità di numero di ricercatori, la nostra produzione scientifica è in linea o addirittura leggermente superiore a quella statunitense. Lo dimostra il fatto che nel 2002 sono state registrate 260 richieste da parte di ricercatori, sia italiani che stranieri, impegnati all’estero, di poter rientrare a fare ricerca nel nostro Paese”.
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