lunedì, 23 novembre 2020
Medinews
18 Giugno 2003

“STRAPPO” EUROPA-USA SULLE NUOVE LINEE GUIDA NO ALLA PRE-IPERTENSIONE: “SI CREA ANSIA NEI PAZIENTI”

Da oggi al 17, Milano ospita il congresso continentale con oltre 4.000 specialisti

Milano, 13 giugno 2003 – No fermo alla pre-ipertensione, il cui pericolo è di generare un esercito di ipocondriaci. Ma no anche a diktat sulle terapie da seguire, a cui va preferita un’opera educativa rivolta ai medici sulle possibili strategia preventive e farmacologiche. E ancora: maggiore sensibilità nella valutazione del danno d’organo, vero campanello d’allarme tra basso ed alto rischio di eventi coronarici e cerebrovascolari, più attenzione alla realtà clinica e lettura ‘ragionata’ dei trial clinici. A meno di un mese di distanza dalla pubblicazione di quelle americane, le Società Europee di Ipertensione e Cardiologia presentano le loro linee guida, che contengono sensibili diversità: la “via europea” alla lotta a questa condizione, ritenuta il principale responsabile dell’insorgenza di malattie cardiovascolari, pone maggiore attenzione al singolo paziente e un approccio più educativo che impositivo. Non una frattura marcata, ma una chiara presa di posizione con una forte connotazione italiana: il chairman del comitato che ha steso il documento è infatti il prof. Giuseppe Mancia, direttore della Clinica Medica dell’Universita di Milano-Bicocca e presidente del 13° Congresso della Società Europea dell’Ipertensione, in corso da oggi a martedì prossimo alla Fiera di Milano in cui saranno presentate ufficialmente le linee guida europee.“Le linee guida europee – precisa il prof. Giuseppe Mancia – non intendono andare contro quelle americane: abbiamo divergenze di vedute, in alcuni casi significative pur condividendo in gran parte l’impianto generale. Tra gli aspetti di sintesi, l’importanza di trattare la pressione arteriosa elevata per proteggere il paziente, la necessità di curare la pressione ogni volta che supera i 140/90 e di intervenire farmacologicamente, anche in caso di valori inferiori, quando il paziente è considerato a rischio”. Le obiezioni della Società Europea, di ordine scientifico e pratico, riguardano alcuni concetti, in particolare quello di “pre-ipertesione”, condizione che identifica la fascia di persone con valori tra 120-139/80-89. “Questo cambiamento di rotta dei colleghi americani rispetto alle linee guida di 5 anni fa – prosegue il prof. Mancia – ci pare contraddittorio e suscita perplessità. All’epoca, una pressione arteriosa di 120-129/80-84 era considerata normale, ottimale sotto i 120/80. Ora il termine ottimale è scomparso e i valori prima considerati normali sono classificati, appunto, come pre-ipertensione. Le linee guida europee ribadiscono invece la classificazione: “ottimale” 120/80, “normale” 120-129/80-84, “normale alta” 130-139/85-89”. Secondo il prof. Mancia, il termine pre-ipertensione ha inoltre una connotazione infelice. “Innanzitutto perché non è assolutamente scontato che le persone che rientrano in questa fascia diventeranno ipertese e che, di conseguenza, avranno bisogno di terapie: ne avranno bisogno solo se sono ad alto rischio. Parlare di pre ipertensione può generare ansia e mettere in difficoltà lo stesso medico di famiglia: è difficile comunicare a un paziente che è un “pre-iperteso” e poi dirgli che non è necessaria alcuna cura. Chiederà ulteriori accertamenti, o di essere vista molto più frequentemente”. Altro aspetto di divergenza riguarda il danno d’organo. “Rispetto agli americani – prosegue il presidente del congresso europeo – lo consideriamo parte integrante della valutazione del rischio globale. Un iperteso con ipertrofia ventricolare sinistra o con placche aterosclerotiche alle carotidi o con microalbuminuria, è un paziente ad alto rischio e quindi va seguito più di quanto non si facesse nel passato”. Anche sui trial clinici non c’è totale sintonia. “Le linee guida americane danno molta importanza ai trial clinici. Noi affermiamo che sono importantissimi, il modo migliore per definire parecchi aspetti della terapia, ma ne mettiamo in luce anche i limiti. Prima di tutto danno una visione a breve termine della protezione, 4-5 anni. Ma l’aspettativa di vita di un 45enne iperteso è di 30 anni e questo impone evidenze a lungo termine”. Un’ultima differenza riguarda la terapia. “I farmaci utilizzati in Europa – sottolinea il prof. Mancia – sono più aderenti all’evidenza scientifica: più o meno lo stesso tipo di protezione si ottiene con diverse molecole. Perciò il medico va correttamente informato sulle possibilità di scelta della terapia.”.
Ma il problema fondamentale è ’scoprire’ gli ipertesi: in Italia solo la metà dei circa12 milioni di ipertesi sa di esserlo e solo il 25% segue una cura. Si stima che il 75% non assuma i farmaci secondo le prescrizioni, oppure non li assuma affatto. Solo un 10-20% degli ipertesi quindi, è sotto controllo. “La situazione italiana è preoccupante come nel resto del mondo e come negli anni scorsi – commenta il prof. Ettore Ambrosiani, presidente della Società Italiana dell’Ipertensione – Gli americani affermano di avere la situazione più grave con il 27-30% di ipertesi, le statistiche di casa nostra parlerebbero del 22-24%. Ma pochi giorni fa, su Jama sono stati pubblicati i risultati dello studio – realizzato in team da americani ed europei, coordinato per il nostro Paese dall’Istituto Superiore di Sanità – che ha riesaminato la prevalenza dell’ipertensione nel mondo e in Italia: le nuove cifre parlano di livelli largamente superiori al 30%. E’ importante stabilire se gli ipertesi siano in aumento ma assai più bisogna preoccuparsi del rimanente 75, 80 o 85% a cui non controlliamo la pressione e non curiamo.”
Eppure esiste un’ampia gamma di farmaci per affrontare il problema: “In queste linee guida si fa specifico riferimento all’uso di terapie combinate, fisse o meno, con uno o due farmaci a dosi più basse – spiega il presidente della Società di Ipertensione Europea Josè Rodicio – Si è infatti dimostrato nella maggioranza degli studi pubblicati che l’associazione di 2 o 3 farmaci in combinazioni fisse (singola pillola) o variabili (più pillole) riporta alla norma la pressione arteriosa con dosi più basse rispetto alla monoterapia.”
Importanti, in prospettiva futura, saranno gli studi di genetica anche se l’utilizzo attuale dei dati raccolti è, come dicono le linee-guida, pressoché nullo – conclude Josè Rodicio – Esiste la possibilità che un singolo individuo risponda meglio a determinati farmaci in base al proprio patrimonio genetico (varianti di alcuni geni che producono l’enzima di conversione dell’angiotensina). Il ruolo della genetica nel guidare il trattamento anti-ipertensivo è ancora agli inizi, ma le nuove scoperte porteranno in questa direzione nel prossimo futuro”.
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