Medinews
21 Marzo 2006

SENO, DIMEZZATO IL RISCHIO DI UN NUOVO TUMORE. LE METASTASI OSSEE CURATE A CASA CON UNA COMPRESSA

I dati dello studio HERA. Una donna su due salva dopo un carcinoma aggressivo

Napoli, 27 maggio 2005 – Una donna su due guarisce da uno dei carcinomi mammari più aggressivi, quello che esprime l’oncogene HER2 e che riguarda il 25-30% delle pazienti. Il risultato, che gli esperti definiscono eccezionale, sicuramente il migliore da anni a questa parte, emerge da uno studio internazionale denominato HERA a cui hanno partecipato 5090 pazienti arruolate in 480 centri di 39 Paesi e presentato in anteprima al recente congresso dell’American Society of Clinical Oncology di Orlando. “Considerando che i dati si riferiscono ad un solo anno di trattamento – commenta il prof. Sabino De Placido, ordinario di oncologia all’Università Federico II di Napoli, che ha partecipato alla ricerca – siamo di fronte ad un risultato senza precedenti: è difficile infatti trovare riscontri di questa portata in studi di terapia adiuvante, dove cioè l’end point è la guarigione. L’analisi intermedia dopo un anno era stata pianificata dal protocollo: si sperava di avere un risultato positivo, ma quello ottenuto è andato al di là di ogni previsione e attesa: il 46% delle donne non va incontro a metastasi”. L’Italia ha dato un importante contributo all’indagine attraverso la partecipazione di alcuni gruppi cooperativi: il GIM (Gruppo Italiano Mammella), il Gruppo Michelangelo, il GOIRC (Gruppo Oncologico Italiano di Ricerca Clinica) e il GONO (Gruppo Oncologico Nord Ovest). Ma le novità non finiscono qui. In caso di metastasi ossee c’è un’opportunità terapeutica in più: oggi è disponibile il primo farmaco orale della famiglia dei bisfosfonati, che ha portato un notevole vantaggio nell’assunzione e, di conseguenza, nella qualità di vita del malato. Lo studio HERA e le nuove terapie per la cura delle metastasi ossee da tumore al seno sono tra i temi in discussione oggi e domani all’Hotel Royal di Napoli, dove si tiene un congresso nazionale dal titolo: “Il carcinoma della mammella: un approccio integrato”.

L’HERA è uno dei più ampi studi mai condotti tra le donne con carcinoma mammario ed ha valutato il trattamento con trastuzumab contro placebo (osservazione) per 12 e 24 mesi in pazienti affette da tumore della mammella HER2 positivo che avevano già subito interventi chirurgici e trattamenti radio e chemioterapici. “E’ la prima volta nella storia del carcinoma mammario – sostiene il prof. Angelo Raffaele Bianco, direttore del Dipartimento di Oncologia e Endocrinologia Clinica dell’Università Federico II di Napoli – che una terapia di combinazione produce un significativo guadagno nella sopravvivenza delle pazienti. In questo caso il progresso è ancora più importante perché coinvolge una specifica categoria di donne, vale a dire quelle che presentano sulla membrana delle cellule neoplastiche un particolare oncogene, l’Human Epidermal Growth Factor receptor 2 (HER2), direttamente coinvolto nella trasmissione dei segnali di crescita cellulare. L’HER2, che troviamo nel 25-30% dei tumori, è un fattore prognostico altamente sfavorevole: in questi casi la malattia è infatti molto più aggressiva e tende a metastatizzare più facilmente”.
“Questi risultati – aggiunge il prof. De Placido – sono confortati anche da altri due studi Nord Americani che hanno mostrato una riduzione proporzionale del rischio di recidivare del 52% e del 33% del rischio di morte”. Un deciso passo in avanti dunque nella cura di una neoplasia che rappresenta ancora oggi la prima causa di morte nelle donne italiane fra i 35 e i 49 anni con oltre 12.000 decessi ogni anno e 36.000 nuovi casi.
L’altro importante tema in discussione al convegno riguarda la cura delle metastasi ossee. “Prima dell’introduzione dei bisfosfonati – sostiene il prof. Cesare Gridelli, primario di oncologia dell’Azienda Ospedaliera “S.G.. Moscati” di Avellino – la terapia delle metastasi ossee era prevalentemente di tipo palliativo: radioterapia a scopo analgesico per ridurre il dolore o il rischio di frattura patologica, oppure l’intervento chirurgico, in caso sempre di frattura. I bisfosfonati hanno di fatto cambiato l’approccio alla malattia, in quanto riducono le complicanze ossee della metastasi. Fino ad ora di questi farmaci – il pamidronato e l’acido zoledronico – avevamo a disposizione soltanto le formulazioni in endovena, che vengono somministrate o in ospedale oppure a casa del paziente sotto la diretta responsabilità dell’oncologo. Entrambi i farmaci hanno dimostrato la loro efficacia, ma hanno un limite: non possono essere prescritti a pazienti con insufficienza renale, oppure a quei pazienti costretti a terapia antibiotica o citostatica già di per sé nefrotossiche”. L’ibandronato rappresenta oggi la più interessante novità in terapia e non solo perché è stata messa a punto la formulazione orale, che ha portato un notevole vantaggio nell’assunzione e, di conseguenza, nella qualità di vita del malato. “Il farmaco – continua Gridelli – può infatti essere utilizzato nei pazienti con insufficienza renale: il profilo di sicurezza è comparabile al placebo. Altro dato significativo è la disponibilità della forma orale, che ci consente una maggiore flessibilità di cura, soprattutto per quei pazienti in condizioni critiche che hanno difficoltà a raggiungere l’ospedale. Dai vari studi emerge inoltre – conclude il prof Gridelli – che l’ibandronato ha un notevole effetto antalgico, che si mantiene nel tempo, e che non viene raggiunto con i normali antidolorifici. In questo caso la performance migliore la si ottiene somministrando per tre giorni di seguito il farmaco in endovena e poi continuando la terapia venosa ogni 21 o 28 giorni, o somministrando quotidianamente al paziente il farmaco orale. Una procedura questa, che noi definiamo di loading, cioè di ‘carico’ del farmaco, impossibile da fare con gli altri bisfosfonati proprio per la loro tossicità renale”.
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