martedì, 24 novembre 2020
Medinews
3 Marzo 2006

SCLEROSI MULTIPLA, STUDIO “BENEFIT”: RIDOTTO DEL 50% IL RISCHIO DI SVILUPPO

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Convegno internazionale oggi a Berlino

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Berlino, 3 marzo 2006 – Anticipare, prevenire, bloccare. Sono le tre parole ‘chiave’ per impedire la progressione della Sclerosi Multipla. Perché oggi questo è possibile. È possibile cioè cambiare radicalmente la qualità di vita di migliaia di persone, uomini ma soprattutto donne nella fascia d’età tra i 20 e i 40 anni, il ‘target’ che questa malattia colpisce maggiormente. A dimostrarlo gli ultimi dati dello studio Benefit che ha confermato come il trattamento precoce a base di interferone beta possa ridurre del 50% il rischio di sviluppo della Sclerosi Multipla clinicamente definita. Si tratta di un risultato estremamente importante destinato a cambiare la vita di chi è colpito da questa malattia. Fondamentale per il successo è però l’intervento farmacologico immediato, già al momento della prima diagnosi. Dello studio e delle sue applicazioni mediche e pratiche si è parlato oggi a Berlino, alla presenza dei maggiori specialisti internazionali, nel corso del media workshop “Facing a multiple sclerosis future”. A rappresentare l’Italia il prof. Carlo Pozzilli, Responsabile del Centro sclerosi multipla all’Ospedale Sant’Andrea – Università di Roma La Sapienza.

“Benefit – spiega il prof. Pozzilli – è uno studio multicentrico, il primo con terapia a dosi elevate di interferone (250mcg a giorni alterni), durato due anni, al quale hanno partecipato ben 98 centri di 20 Paesi: ha arruolato quasi 500 pazienti, di cui l’80% già destinato ad andare incontro a malattia conclamata. L’obiettivo principale era verificare se lo sviluppo di un secondo episodio di sclerosi multipla, indispensabile per confermare la comparsa della malattia, si riscontrava entro i due anni più frequentemente nel gruppo trattato con Betaferon o in quello trattato con placebo. Lo studio ha dimostrato che il trattamento previsto riduce il rischio di sviluppo di una Sclerosi Multipla clinicamente definita del 50% rispetto al placebo. Questi dati inoltre sono un’ulteriore supporto al principio che prima si inizia ad utilizzare un trattamento efficace, migliore sarà il risultato. Infine, ma non meno importante, la terapia è stata tollerata molto bene dal 93% dei pazienti”.
L’interferone beta può quindi davvero cambiare la storia naturale della malattia, purché utilizzato ad un’adeguata dose e precocemente nei pazienti con sindrome clinicamente isolata, cioè che hanno appena visto confermato il primo episodio suggestivo di sclerosi multipla. È dunque molto importante avere la certezza di trovarsi di fronte al primo evento della malattia vera e propria. “La diagnosi, infatti – spiega il prof. Pozzilli – non è semplice, specialmente se il medico non attua tutte le procedure necessarie. È infatti indispensabile sottoporre i pazienti ad una serie di accertamenti, due assolutamente
necessari: la risonanza magnetica nucleare, che permette di vedere le placche di demielinizzazione, e l’esame del liquor, fondamentale per identificare la presenza di proteine anomale, chiamate ‘bande oligoclonali’, in grado di confermare la tendenza alla progressione della malattia”.
A questo punto il rischio di errore è davvero remoto, soprattutto in Italia, all’avanguardia in Europa: “Nei nostri ospedali – spiega il prof. Pozzilli – il farmaco viene prescritto e dispensato esclusivamente dai Centri ospedalieri di sclerosi multipla. Quindi né il medico di famiglia né un neurologo non appartenente al centro, può prescriverlo. Si tratta di un controllo eccezionale, un filtro che verifica con estrema precisione le analisi e limita anche le prescrizioni inutili e lo spreco di risorse”.
La sclerosi multipla è una malattia autoimmune con una evoluzione estremamente variabile. È comunque più frequente nelle donne, in un rapporto di 3:2 rispetto agli uomini, e colpisce prevalentemente nella fascia d’età compresa fra i 20 e i 40 anni con un picco intorno ai 20-30. Secondo i dati più recenti, ne soffrono nel mondo 3 milioni di persone, oltre 50 mila in Italia, con quasi 2.000 nuovi casi l’anno. Si tratta di una grave patologia cronica del sistema nervoso centrale caratterizzata dalla distruzione della mielina, la guaina che avvolge le fibre nervose e che, funzionando da isolante elettrico, consente di migliorare ed aumentare la velocità di trasmissione degli impulsi nervosi. I primi sintomi che si presentano sono un disturbo della vista, una neurite ottica, oppure anche disturbi della sensibilità o motori.
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