mercoledì, 25 novembre 2020
Medinews
25 Maggio 2004

SANITÀ: LA CRISI DI UN SERVIZIO ‘NON MISURATO’

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Il tema dell’appropriatezza in Italia nel ‘Rapporto Sanità 2004’

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Roma, 25 maggio 2004 – Si chiama ‘appropriatezza’ ed è un concetto che serve a capire se il servizio destinato alla salute di una persona è corretto, sia per quantità che qualità, dai punti di vista medico, sociale ed economico. L’appropriatezza, da tempo fulcro di sistemi sanitari di altri paesi, è elemento essenziale per la verifica di variabili come accettabilità della cura, efficacia, applicabilità pratica. In questo approccio, mirato a razionalizzare le risorse, l’Italia vanta un record negativo: non ha ancora disposto un metodo di calcolo uniforme. Inoltre nel nostro paese esiste la tendenza a vedere solo l’uso eccessivo o il cattivo utilizzo degli interventi sanitari. Mai il loro sottoutilizzo (appropriatezza inversa). A discutere di questo tema, per trovare gli approcci migliori e implementare la qualità dell’assistenza sanitaria italiana, numerosi esperti sono riuniti oggi a convegno all’Associazione Stampa Estera di Roma, in occasione della presentazione del volume curato dalla Fondazione Smith Kline “Rapporto Sanità 2004. L’appropriatezza in sanità: uno strumento per migliorare la Pratica Clinica” (edizioni Il Mulino).

“Il tema dell’appropriatezza – spiega il prof. Gian Franco Gensini, autore del rapporto e presidente della Fondazione Smith Kline – coinvolge tutti gli ambiti della sanità, dall’area clinica a quella gestionale, da quella etica a quella finanziaria e riveste un ruolo centrale nella crescita dei sistemi sanitari. Nel volume presentato oggi viene rivisitato anche in una prospettiva storica che dà il senso del cammino metodologico fino ad ora compiuto e da completare”. In Italia infatti le esperienze di misurazione dell’appropriatezza delle prescrizioni dei ricoveri, di accertamenti diagnostici o di terapie sono piuttosto limitate e senza una specifica omogeneità di calcolo.
“Nella maggior parte dei casi – aggiunge il dr. Paolo Rizzini, vicepresidente della Fondazione – ci si ferma alla valutazione della sola dimensione economica; inoltre le modalità di misurazione sono direttamente correlate a valutazioni di rispetto di tetti di spesa predefiniti piuttosto che alla verifica di aderenza a linee guida diagnostico terapeutiche che tengano conto anche della rilevanza epidemiologica del fenomeno. La possibilità di ottenere un set completo di indicatori quali-quantitativi di appropriatezza è strettamente legata alla qualità della documentazione clinica disponibile e, soprattutto, alla disponibilità di database clinici e prescrittivi integrabili. Che in Italia ancora non ci sono”.
“In Italia – spiega il prof. Nicola Falcitelli, past president della Fondazione Smith Kline – si cela uno strabismo di fondo: la tendenza a vedere solo l’uso eccessivo o il cattivo utilizzo degli interventi sanitari. Mai il loro sottoutilizzo. Questo aspetto, che noi abbiamo definito “appropriatezza inversa”, rappresenta una delle barriere nascoste per il miglioramento della qualità dell’assistenza sanitaria per molte patologie, soprattutto croniche (ad esempio per quanto riguarda alcune malattie respiratorie, come l’asma e la broncopneumopatia cronico ostruttiva)”.
Questo aspetto è bene messo in evidenza da uno studio del 2002 della SIMG Veneto, che ha evidenziato come nei contratti tra ASL e Medicina Generale l’appropriatezza venga definita come concetto esclusivamente economico e di risparmio (rispetto di un tetto di spesa), e nel 44 % dei casi non si indichi neppure il modo con il quale debba essere verificata.
“Un tema – aggiunge il prof. Enrico Materia – che non solo è il fulcro intorno a cui ruota la politica dei ‘Livelli essenziali di assistenza’, ma si configura anche come un concetto pluralistico verso cui convergono le prospettive cliniche di sanità pubblica, gestionale e di economia sanitaria: integra efficacia, efficienza produttiva, bisogni di salute e valori culturali”.
La valutazione dell’appropriatezza non può peraltro prescindere dallo specifico contesto nel quale si opera. “Non c’è dubbio – aggiunge il dr. Rizzini – che si debba progredire nella cultura e nella reale capacità di misurare l’appropriatezza, che deve diventare capacità di razionalizzare (e non razionare) gli interventi sanitari. È fondamentale avvicinarsi sempre più al concetto di “governance” clinica, unica strada per ottimizzare l’utilizzo di risorse in sanità di fronte alla loro cronica carenza, recuperando quel contenuto professionale medico che rischia di diventare prevalentemente economico-amministrativo, e liberando anche risorse da investire per sostenere gli interventi più innovativi e per recuperare le aree di sottoutilizzazione”.
Inoltre la valutazione dell’appropriatezza non può prescindere dallo specifico contesto nel quale si opera. “Il rapporto tra appropriatezza e assistenza alle persone fragili, per esempio, è particolarmente importante”, conclude il prof. Marco Trabucchi, autore del rapporto e direttore del Gruppo di Ricerca Geriatria. “La persona affetta da malattie croniche è, infatti, sottoposta sempre più spesso a trattamenti di lunga durata e da molti attori che compiono interventi diversi e ripetuti. In questa situazione appare arduo definire un preciso rapporto tra procedure e risultati. Nell’assistenza alle persone fragili è quindi certamente necessario ottimizzare l’impiego delle risorse, ma non bisogna ricercare con rigore limiti all’atto sanitario quando si incontrano incertezze nell’interpretazione del significato delle cure. L’applicazione del concetto di appropriatezza nei confronti delle persone fragili deve essere orientata soprattutto al miglioramento della pratica assistenziale, alla necessità di valorizzare il lavoro di équipe insieme all’approccio valutativo, ricercare la continuità assistenziale: Moduli in sequenza e di lunga durata in grado di fornire il più adeguato livello di cura per ogni diverso momento della malattia”.
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