Medinews
11 Febbraio 2004

RITORNO IN CLASSE COL MAL DI TESTA. A RISCHIO GLI ADOLESCENTI ANSIOSI

Gli esperti non hanno dubbi: i fattori emotivi in età evolutiva rappresentano le cause scatenanti il disturbo nell’80% dei casi. E la scuola è il vero banco di prova

Roma, 15 settembre 2003 – Il ritorno in classe o la prima volta provocano emicrania in 13-14 adolescenti (12-17 anni) su 100 e nel 4 per cento dei bambini tra i 6 e i 10 anni. È il rientro a scuola il vero banco di prova per il mal di testa nell’adolescenza e nell’infanzia. I più colpiti sono gli ansiosi, che hanno una capacità di rispondere agli eventi stressanti della vita quotidiana inferiore rispetto a quella dei coetanei. Lo stesso fatto di andare a scuola, aspettarsi interrogazioni, dover affrontare una situazione nuova o semplicemente il ritorno in classe dopo le vacanze possono essere elementi che favoriscono il mal di testa. I fattori emotivi in età evolutiva, d’altra parte, rappresentano le cause scatenanti il disturbo nell’80% dei casi.
Il tema è al centro dei lavori dell’XI Congresso dell’International Headhache Society, che riunisce a Roma dal 13 al 16 settembre circa 2.000 esperti da tutto il mondo. Si tratta del massimo appuntamento biennale sulle cefalee, malattie che colpiscono almeno una volta nella vita il 90% delle persone. Un disturbo in costante aumento, tanto che l’OMS nel 2002 lo ha inserito fra le 20 patologie più disabilitanti. In tutte le fasce d’età.

Nel nostro Paese un bambino su quattro soffre di diverse forme di cefalea: intorno ai 10 anni il 10% è colpito da emicrania mentre un altro 10% circa dalla forma tensiva. Sono invece rari, per fortuna, i casi di cefalea a grappolo, quella più dolorosa. I primi episodi di mal di testa si manifestano, in generale intorno ai sei anni.
“Se si tratta di emicrania – spiega il prof. Vincenzo Guidetti, direttore del Dipartimento di Scienze neurologiche e psichiatriche dell’età evolutiva dell’Università La Sapienza di Roma – il primo attacco si può presentare anche in età molto precoce, per esempio a uno o due anni, soprattutto se c’è una forte familiarità: quando uno dei genitori soffre di emicrania c’è una probabilità del 50-75% che il figlio ne sia colpito”.
Ma un altro tipo di cefalea colpisce i piccoli, quella tensiva, che interessa tutto il capo, come un peso sulla testa, non provoca un dolore di tipo pulsante, dura diverse ore al giorno e si accompagna talvolta a fastidio alla luce. Sia per l’emicrania che per la cefalea tensiva l’insorgenza è legata a una serie di fattori diversi.
“Col tempo – sottolinea il prof. Guidetti – il bambino o l’adolescente è in grado di individuare i fattori che la scatenano e tende a evitarli. Un esempio è l’attività sportiva: spesso negli emicranici l’esercizio fisico provoca un peggioramento del dolore e viene quindi abbandonato, con il rischio di un progressivo isolamento. Per questo è indispensabile una diagnosi corretta e una terapia mirata anche per bambini e adolescenti colpiti dalla cefalea. Non a caso – a sottolineare la rilevanza ormai del problema – diversi paesi europei hanno autorizzato per la prima volta, in seguito ad una procedura di mutuo riconoscimento, la somministrazione di un triptano, il sumatriptan, per gli adolescenti (12-17 anni) nella forma spray nasale”. La molecola sarà disponibile anche in Italia per questa fascia d’età.
“Purtroppo esiste un pregiudizio riguardo all’infanzia secondo cui ai bambini i farmaci fanno male. In generale – aggiunge il prof. Guidetti – questo porta alla situazione paradossale di lasciare che il bambino affronti attacchi anche violentissimi con nausea e vomito senza che si intervenga per alleviare il dolore. L’uso dei triptani ha rappresentato una rivoluzione perché permette, soprattutto nelle forme più gravi, un rapido recupero, manifestando oltretutto pochissimi eventi avversi che invece affliggono l’adulto. La loro grande efficacia, risolvono l’attacco in meno di un’ora, permette di migliorare significativamente la qualità di vita di questi bambini altrimenti condizionata pesantemente dal dolore”.
E proprio dolore e qualità di vita del paziente cefalalgico sono al centro delle sessioni del congresso mondiale di Roma. “In particolare è necessario occuparsi delle forme più invalidanti, come la cefalea a grappolo – sottolinea il prof. Giuseppe Nappi, ordinario di neurologia all’Università “La Sapienza” di Roma – . Anche se i meccanismi alla base di questo disturbo restano in gran parte sconosciuti, da tempo si ritiene che all’origine di questa malattia vi sia un’alterazione dell’attività dell’ipotalamo, il cosiddetto ‘orologio biologico’. La sua caratteristica peculiare è proprio la sua periodicità, il ripresentarsi a orari precisi. E’ un disturbo piuttosto raro ma particolarmente doloroso. E’ chiamata anche ‘cluster’ o ‘cefalea da suicidio’ e affligge prevalentemente gli uomini (in particolare i manager), anche se negli ultimi anni il numero delle donne è in continua crescita. Insorge generalmente intorno ai 27-31 anni, in media 10 anni più tardi rispetto all’emicrania. Secondo le stime più recenti, ad esserne colpito è circa l’1 per mille della popolazione, con dati che oscillano tra lo 0,05 e il 2,4 per mille. Tenendo conto delle forme più leggere e dei cosiddetti ‘minigrappoli’, gli italiani che soffrono di cefalea a grappolo sarebbero circa 60.000; di questi, il 10% manifesta una cronicizzazione del disturbo. In questo caso gli attacchi non presentano periodi di remissione e creano una situazione drammatica per il paziente. La frequenza degli episodi e la loro intensità, fortemente debilitante, determinano infatti un netto peggioramento della qualità di vita”.
Gli esperti, però, non hanno dubbi: viviamo in una società che favorisce gli attacchi di cefalea. I fattori scatenanti più diffusi, infatti, sono lo stress, il rumore, dieta errata, durata del sonno insufficiente. “Per questo chi è geneticamente predisposto – conclude Nappi – dovrebbe almeno adottare stili di vita adeguati”. (Carlo Buffoli)
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