Medinews
11 Febbraio 2004

REGINA ELENA, NASCE IL “ROME ONCOGENOMIC CENTER”: CENTO RICERCATORI IN PRIMA LINEA CONTRO IL CANCRO

Roma, 22 gennaio 2004 – Il nome è anglosassone, ma il progetto e i cervelli parlano italiano: si chiamerà Rome Oncogenomic Center (ROC) e sarà un polo di ricerca di altissima tecnologia nel campo degli oncogeni, uno dei settori chiave per la creazione di terapie mirate contro ogni forma tumorale. Capofila di questa iniziativa, che prenderà avvio entro il 2004 ed è destinata a diventare una delle più importanti al mondo per le collaborazioni già attive, è l’Istituto Regina Elena (IRE) di Roma, presso il cui Centro di Ricerche Sperimentali troverà spazio il nucleo centrale del ROC: 12 laboratori in cui lavoreranno un centinaio di ricercatori. A sostenere economicamente (la spesa prevista è di alcuni milioni di euro) e scientificamente il Rome Oncogenomic Center ci sono anche le Università La Sapienza, Tor Vergata e Cattolica di Roma, le Università di Milano, Firenze e Chieti, l’Istituto Superiore di Sanità, il CNR, La Fondazione Andrea Cesalpino e il Dulbecco Telethon Institute. Un importante contributo per i primi due anni di 750.000 euro dovrebbe arrivare anche dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. L’annuncio della nascita del ROC è stato dato nel corso della presentazione di un convegno internazionale, che sabato 24 e domenica 25 vede riuniti all’Hilton a Roma i maggiori oncologi europei. Focus del dibattito (“Improved Access to Screening and Treatment of Breast Cancer across Europe: Reality or Hope?”) è il tumore del seno, nel cui trattamento il Regina Elena è sicuramente tra i più qualificati centri al mondo.

“Il Rome Oncogenomic Center – afferma il prof. Luigi Spagnoli, Commissario Straordinario del Regina Elena – è un grande investimento per il nostro Istituto, che si conferma in questo modo uno dei presidi oncologici di primissimo livello per la diagnosi e la cura dei tumori. Ma l’apertura di questo centro – prosegue il Commissario – rappresenta un contributo di enorme spessore scientifico anche per l’intera oncologia e la ricerca italiane”. Gli obiettivi di questo progetto sono ambiziosi. “Prima di tutto – spiega il prof. Francesco Cognetti, direttore scientifico del Regina Elena – la costituzione di una struttura centrale di coordinamento degli studi in tre settori strategici di ricerca: gli approcci integrati per l’identificazione dei geni tumorali, lo studio dei loro meccanismi di funzionamento, il ruolo delle cellule staminali nella terapia. In secondo luogo, l’integrazione dell’attività con altri centri di ricerca genomica e la realizzazione di diagnosi e cure personalizzate. Una struttura, inoltre, di coordinamento tra ricerca di base e applicazioni cliniche, che intende colmare il vuoto temporale tra le scoperte scientifiche e la loro messa in pratica nei reparti”.
Nei Paesi sviluppati circa il 25% delle morti sono imputabili al cancro. Solo in Italia ogni anno si registrano circa 160 mila decessi e 260 mila nuove diagnosi, con un trend in forte crescita, dovuto al progressivo invecchiamento della popolazione. “Alla luce dell’aumento del numero dei casi – sostiene il prof. Cognetti – la ricerca di approcci terapeutici innovativi che aiutino a combattere il male appare di fondamentale importanza, così come l’aumento delle risorse dedicate a migliorare la prevenzione e la diagnosi dei tumori. In questo senso l’oncogenomica – prosegue – ha permesso di fare un grande balzo in avanti. Negli ultimi decenni i miglioramenti nelle conoscenze biologiche e il completamento della sequenza dei geni umani hanno offerto opportunità insperate per esplorare strade alternative di cura, per adattare le diagnosi e i trattamenti sui singoli pazienti. Le conoscenze nel campo della biologia tumorale ci hanno consentito di studiare i geni, i loro prodotti proteici, i vari aspetti del ciclo cellulare. Grazie all’identificazione di molecole che interagiscono con un difetto specifico, l’approccio della farmacologia antineoplastica è quindi radicalmente cambiato: si è passati cioè dalla cura della malattia attraverso una chemioterapia indistinta ad una terapia trasversale guidata sul difetto molecolare. I recettori per i fattori di crescita e le vie di trasduzione del segnale intracellulare rappresentano il bersaglio della maggior parte dei nuovi farmaci antineoplastici”. Il ROC nasce su questo solco e, come sottolinea ancora il prof. Spagnoli, “lo sviluppo previsto di tecnologie innovative da applicare alla ricerca oncologica, sarà di fondamentale ausilio proprio per la diagnosi e la terapia mirata dei tumori”.
Tutto ciò senza dimenticare gli enormi progressi fatti dalla chemioterapia nello scorcio finale del secolo scorso e in particolare nel tumore del seno, filo conduttore del congresso. “L’avvento dei taxani nei primi anni ’90 – afferma il prof. Cognetti – è stata una delle pietre miliari nello sviluppo della chemioterapia e il taxolo è sicuramente tra i migliori esempi dei progressi ottenuti nel trattamento di questo tumore. Un tumore che oggi, fortunatamente, riusciamo a risolvere in percentuali altissime (80-90%). La scoperta del taxolo ha avuto un notevole impatto sulle vite delle pazienti: non solo è uno dei chemioterapici di nuova generazione che ha mostrato percentuali di risposta nei trial clinici fino al 60% nella malattia in stadio avanzato, ma oggi si ritiene che utilizzarlo anche alle fasi iniziali del tumore possa essere cruciale per ottenere migliori risposte”. Il ROC rappresenta infine una concreta possibilità per fermare quel fenomeno che gli inglesi definiscono del “brain drain”, la fuga dei cervelli, di cui l’Italia è tristemente all’avanguardia, come certificato dall’ultimo rapporto del Censis al riguardo: 2.600 tra professori e ricercatori sparsi nelle Università di tutto il mondo, soprattutto degli Stati Uniti (34,3%), ma anche di Inghilterra (26%) e Francia (11,4%). A questi si devono aggiungere gli oltre 12.000 giovani che nel solo anno accademico 1999-2000 hanno preferito andare all’estero a studiare, a fronte di un’immigrazione universitaria di 8.000 ragazzi: un dato che pone l’Italia all’ultimo posto nel rapporto arrivi partenze di tutta l’Unione Europea, con un saldo passivo del 35,4%. Il motivo? Nell’87,1% dei casi la scelta di lavorare lontano dall’Italia non è da imputare alla globalizzazione: i ricercatori se ne vanno spaventati dalle poche possibilità di carriera, dovute a un sistema piramidale bloccato e dalla mancanza di progetti e tecnologie all’avanguardia. (Carlo Buffoli)
TORNA INDIETRO