Medinews
21 Marzo 2006

RECORD DI DETENUTI NELLE CARCERI ITALIANE: 1 SU 10 HA L’HIV MA 2 SU 3 NON ACCETTANO DI FARE IL TEST

Al via ‘CICO’, progetto realizzato dall’associazione Volontari in Carcere (VIC) grazie al supporto di Roche

Roma, 9 giugno 2005 – Le carceri italiane non sono mai state così affollate: il 1° giugno 2005 è stato toccato il picco nella storia nazionale con 58.388 persone detenute in 286 istituti di pena, di cui ben 5.691 nelle 18 carceri in Lazio, cui vanno aggiunte quelle in regime di semilibertà, con obbligo di firma e sottoposte a misure alternative per un totale di oltre 100.000 persone. Numeri impressionanti che acuiscono sempre più l’emergenza socio-sanitaria e in particolare la diffusione di gravi malattie come tumori ma anche Aids ed epatiti, infezioni sottostimate dai dati ufficiali. Per cercare di migliorare questa situazione esplosiva parte il progetto “Curare insieme in carcere e in ospedale” (CICO) ideato da VIC e realizzato grazie al supporto di Roche e alla collaborazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del Ministero di Grazia e Giustizia e della SIMSPe. “Le infezioni in carcere – spiega Giovanni Rezza, direttore del Centro operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, intervenendo alla presentazione del progetto CICO avvenuta oggi al residence di Ripetta a Roma – rappresentano un problema di sanità pubblica rilevante a causa della particolare composizione della popolazione detenuta. La diagnosi precoce e il monitoraggio di tali infezioni è importante ai fini dell’adozione di adeguate misure di trattamento, prevenzione e controllo”. “Il progetto CICO – spiega don Sandro Spriano, presidente di VIC – prevede l’apertura dei primi due padiglioni, dedicati esclusivamente ai pazienti detenuti, con 40 posti letto complessivi presso gli ospedali Pertini di Roma e Belcolle di Viterbo, oltre che la formazione di medici, infermieri, agenti di custodia. Questo perché per garantire il diritto alla salute dei detenuti occorrono strutture dedicate e una formazione ‘ad hoc’ del personale”. Appello verso un approccio globale alle problematiche dei pazienti reclusi accolto sia dalle Istituzioni che dal privato. “La nostra azienda è da tempo impegnata a fianco degli specialisti che operano in realtà difficili – spiega Maurizio de Cicco, amministratore delegato di Roche Italia – Già dal 2004 con SIMSPe portiamo avanti il progetto TAPPO, ‘Terapia Antiepatite nei Penitenziari: pari Opportunità’. Contribuire alla diffusione dei progressi medici anche nelle realtà più carenti è un impegno che proseguirà nell’anno in corso e, riteniamo, anche per il futuro, nella consapevolezza che il diritto di tutti alla salute e l’accesso ai farmaci più innovativi è parte integrante della nostra mission”. “In una fase di cronica riduzione e razionalizzazione dei capitoli di bilancio ministeriali – aggiunge Sergio Babudieri del Dipartimento Malattie Infettive dell’Università di Sassari – l’apporto di risorse private in parallelo a quelle istituzionali appare come un valore aggiunto, indispensabile per standardizzare anche nelle carceri la terapia delle infezioni da virus dell’Aids e delle epatiti B e C”.

Secondo le stime di uno studio pubblicato lo scorso mese sul Journal of Medical Virology e condotto in una decina di carceri italiani, i detenuti sieropositivi nel nostro Paese sono quasi l’8% (4.500) a fronte dei 1.500 ufficialmente registrati nel 2004. Un ‘sommerso’ enorme: quasi un detenuto su 10 ha l’HIV ma nei 2/3 dei casi nessuno lo sa perché oggi nemmeno 1 recluso su 3 accetta di eseguire il test, mentre all’inizio degli anni ‘90 erano il 50%. Va anche peggio per i contagi da virus dell’epatite C e B che infettano in media il 12% dei detenuti italiani contro il 2-3% della popolazione generale. Quello dell’epatite C è il più aggressivo: colpisce ben 4 detenuti su 10 e il rischio è 3 volte più elevato per chi si sottopone a tatuaggi. Quella del carcere è una realtà sempre più a tinte fosche: 30% di tossicodipendenti o ex-tossicodipendenti e 30% di extracomunitari con punte superiori al 50% al Nord. “Aids ed epatite C – puntualizza il dr. Rezza – sono associate alla tossicodipendenza, fattore di rischio estremamente comune fra coloro che entrano in carcere. Comunque, anche escludendo i tossicodipendenti, la prevalenza di positività per HIV tra i detenuti risulta almeno 10 volte più elevata rispetto a quella stimata per la popolazione generale in Italia”. Per Giulio Starnini, presidente della SIMSPe, “il sovraffollamento e la composizione della popolazione carceraria rappresentano una miscela esplosiva, che ha acuito le problematiche socio-sanitarie e che l’Istituzione Penitenziaria da sola non è in grado di affrontare”. Oggi in corsia può anche capitare di trovare pazienti detenuti piantonati a vista da agenti armati. “Una situazione francamente insostenibile – commenta Starnini – che a volte causa il rientro anticipato al carcere e si riflette sulla durata ottimale del ricovero. L’obiettivo dei reparti specifici per detenuti, che non devono diventare dei lazzaretti, è offrire la qualità dell’assistenza ospedaliera mantenendo condizioni ottimali di sicurezza e privacy”. “La formazione degli operatori – aggiunge Giampiero D’Offizi, infettivologo della SIMSPe – ha un duplice obiettivo: il successo degli interventi terapeutici, spesso interrotti o modificati arbitrariamente dal detenuto, e la riduzione delle possibilità di trasmissione dell’infezione una volta riacquistata la libertà”. “Dei 728 detenuti sieropositivi in terapia lo scorso anno – conclude il prof. Babudieri – solo un terzo la assume correttamente ottenendo un successo terapeutico; la maggioranza non l’assume o l’assume male utilizzando la malattia per ottenere benefici di pena”.
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