mercoledì, 2 dicembre 2020
Medinews
31 Maggio 2008

PROTESI D’ANCA, ITALIA PRIMA PER NUMERO D’INTERVENTI

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Per prevenire uno dei rischi, la trombosi venosa profonda, efficace il rivaroxaban, un nuovo farmaco a somministrazione orale. Non più necessarie le iniezioni sottocutanee

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Nizza, 31 maggio 2008 – Centocinquantamila in Europa, settantamila solo nel nostro Paese. È il numero, in aumento del 2% ogni anno, degli interventi di protesi d’anca. Uno dei motivi principali è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione e dal conseguente allungarsi dell’aspettativa di vita. Il dato emerge dal Congresso Europeo di Ortopedia e Traumatologia in corso a Nizza, il più importante appuntamento per gli esperti del settore, che vede coinvolti quest’anno oltre 1000 partecipanti. “Anche se praticati in condizioni di sempre maggiore sicurezza – spiega il dott. Filippo Randelli, ortopedico del Policlinico di San Donato Milanese – questi tipi di chirurgia sono associati ad una elevata incidenza di trombosi venosa profonda, una condizione molto pericolosa perché può portare all’embolia polmonare, causata dal distacco del trombo che raggiunge i polmoni, ostacola la circolazione e può causare la morte”. Il trattamento standard per prevenirla è rappresentato dalle eparine, molecole efficaci che però presentano lo svantaggio per il paziente di dover essere somministrate con iniezione sottocutanea nell’addome. “La rivoluzione a cui stiamo assistendo – afferma il dott. Federico Trentani, dirigente medico presso la Sezione C di Traumatologia, degli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bologna – è rappresentata da formulazioni più maneggevoli, come quelle orali, che aumentano la “compliance” del paziente, ossia la disponibilità di accettare ed eseguire la terapia proposta dal medico. Non dobbiamo infatti trascurare il disagio legato alla necessità di un’iniezione quotidiana, magari addominale, soprattutto in quei pazienti ove sia necessario un periodo di immobilizzazione di mesi. Se oggi su 100 persone in trattamento, la percentuale di quanti seguono effettivamente la terapia è del 60-70%, con la somministrazione orale si potrebbe arrivare al 90%”. “Una di queste nuove molecole, il rivaroxaban, – afferma il dott. Giuseppe Monteleone, Primario della Divisione di Ortopedia e Traumatologia all’Ospedale San Paolo di Napoli – non solo ha dimostrato un’efficacia uguale o superiore alle eparine, ma, a differenza di queste ultime, è monitorizzabile: un semplice esame del sangue, eseguibile in qualsiasi laboratorio d’ospedale, ne determina in modo indiretto l’efficacia”.

La malattia tromboembolica venosa o tromboembolismo venoso (TEV) è una delle patologie più comuni del sistema circolatorio. Nei paesi occidentali si calcola sia la terza malattia cardiovascolare più comune, dopo la cardiopatia ischemica e l’ictus, con un caso ogni 1.000 abitanti. Spesso è clinicamente silente e la morte improvvisa per embolia polmonare è la prima ed unica manifestazione. Le manifestazioni di questa malattia sono la trombosi venosa profonda e l’embolia polmonare. Uno dei maggiori fattori di rischio è rappresentato dagli interventi di ortopedia cosiddetti ‘maggiori’, come protesi d’anca , chirurgia maggiore del ginocchio, e fratture della testa del femore. Esistono però regole importanti di prevenzione per evitare l’intervento. “L’obesità è il fattore più importante che aumenta l’incidenza di artrosi e quindi la necessità di interventi protesici – continua il dott. Giuseppe Monteleone -. Va quindi tenuto sotto controllo il peso con una dieta equilibrata. Inoltre nei pazienti obesi i benefici dell’operazione sono inferiori. L’altra basilare prevenzione è l’igiene di vita, con un’attività fisica regolare senza esagerare in nessun senso. La completa sedentarietà fa sicuramente male, ma anche lo sport ad alto livello agonistico può rappresentare un problema per le articolazioni che vengono sottoposte a continui microtraumi o traumi maggiori (soprattutto negli sport di contatto). Bisognerebbe poi considerare che le protesi conseguenti a fratture riguardano di solito persone più anziane. Mentre nei casi di artrosi si possono avere anche pazienti più giovani, di solo 40 anni, con un’articolazione completamente distrutta”. Sono proprio i pazienti più giovani quelli che lasciano un ricordo più profondo. “Una delle esperienze più toccanti dal punto di vista umano – conclude il dott. Randelli – è stata proprio quella di assistere alla morte di un giovane durante una embolia polmonare acuta. Aveva avuto un importante trauma, era già in fase di riabilitazione, stava quasi uscendo dall’ospedale, quando si è sentito male e pur essendo immediatamente sottoposto a un trattamento medico perfetto non ce l’ha fatta”.
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