Medinews
11 Maggio 2007

“PROIETTILI INTELLIGENTI” CONTRO LINFOMI E LEUCEMIE. GLI ESPERTI: VERSO L’ERADICAZIONE DELLE MALATTIE

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I massimi studiosi di onco-ematologia concordano: nei prossimi 10 anni debellate molte forme croniche. Bayer Schering Pharma in prima linea con molecole innovative

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Roma, 11 maggio 2007 – Una nuova realtà si profila per le persone colpite da leucemia linfatica cronica e linfomi non-Hodgkin indolenti: convivere con la malattia, lavorare e condurre una vita normale. Non più quindi un futuro incerto, ma la prospettiva di una qualità di vita migliore grazie ai nuovi farmaci, che consentiranno in tempi brevi l’eradicazione di queste malattie croniche. È quanto emerge dai lavori del convegno internazionale “Invention and Innovation in the Treatment of Haematological Malignancies” che per due giorni vede a Roma la presenza di oltre 400 esperti da tutto il mondo tra cui 50 italiani, riuniti da Bayer Schering Pharma che dopo la recentissima fusione delle due compagnie tedesche rafforza il suo impegno nella lotta contro le neoplasie onco-ematologiche maligne. “Sono sei i prodotti attualmente in uso clinico – spiega il dottor Paolo Pucci, direttore mondiale oncologia Bayer Schering Pharma – ma il nuovo Gruppo aspira a divenire una delle prime 10 compagnie specializzate in oncologia entro i prossimi 10 anni, con lo sviluppo di una linea arricchita di nuovi prodotti.” Al congresso romano, non solo relazioni scientifiche ma anche una sessione con attori professionisti che mimano il rapporto paziente-medico per rispecchiare la realtà e mettere in risalto le nuove possibilità di convivere con la leucemia. A sottolineare come anche questi aspetti assumano sempre maggiore rilevanza nella lotta a queste malattie.

Ma non c’è dubbio che le nuove terapie ormai dominano la scena in campo ematologico, dopo anni di attesa. Tra i farmaci più promettenti alemtuzumab è utilizzato nel trattamento della leucemia linfatica cronica e 90Y-ibritumomab tiuxetano per i linfomi non-Hodgkin indolenti ed aggressivi. La leucemia linfatica cronica è la leucemia in assoluto più frequente nel mondo occidentale, con un’incidenza di circa il 30% rispetto a tutte le altre forme. “Per una maggiore sensibilità e per i controlli routinari è sempre più spesso diagnosticata in anticipo – afferma il professor Robin Foà, direttore dell’Istituto di Ematologia dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma -: l’età della diagnosi si è abbassata dai 65 ai 55 anni”. E oggi proprio alla diagnosi possiamo affermare con una buona approssimazione se la malattia avrà un andamento benigno o invece un decorso aggressivo, permettendo di preparare una stratificazione prognostica al momento della diagnosi e meglio indirizzare le scelte terapeutiche e non-terapeutiche. “Nei casi con caratteristiche di aggressività clinica, oggi l’ematologo può utilizzare terapie aggressive con l’obiettivo di eradicare la malattia, come si verifica ad esempio per la leucemia acuta – continua il professor Foà -. Questo aspetto è chiaramente assai rilevante per i pazienti più giovani che presentano fattori prognostici sfavorevoli. Per questi pazienti sono in corso, anche nel nostro paese, protocolli che mirano ad eradicare la malattia. Tutto ciò è possibile in quanto abbiamo a disposizione una serie di nuove molecole, tra cui alemtuzumab, farmaco molto attivo, registrato come terapia di seconda linea per la leucemia linfatica cronica, proprio nelle scorse settimane proposto alla FDA per la terapia di prima linea”.
Al congresso di Roma ampio spazio viene anche dedicato ai più diffusi tumori ematologici, i linfomi non-Hodgkin. Si manifestano soprattutto tra i 40 e i 60 anni d’età anche se sono sempre più frequenti negli anziani. Costituiscono circa l’80% dei linfomi totali e sono guaribili solo nella metà dei casi per le forme aggressive; percentuale che scende al 20-30% nelle forme cosiddette indolenti, molto più difficili da eradicare. Nelle forme di linfoma a basso grado di aggressività, l’eradicazione della malattia è un obiettivo più difficile da raggiungere, non superiore al 30-40%, ma spesso permane una malattia residua che permette una vita di relazione pressoché normale con lunga sopravvivenza. “Sicuramente la radioimmunoterapia, cioè l’utilizzazione di radio-immunoconiugati, tra cui 90Y-ibritumomab tiuxetano, rappresenta una realtà nuova nel panorama internazionale della terapia dei linfomi non-Hodgkin, in particolare per i linfomi follicolari, di cui c’è già l’indicazione ufficiale – conferma il professor Pier Luigi Zinzani, docente di Ematologia all’Istituto Seragnoli dell’Università di Bologna -. L’anticorpo monoclonale infatti veicola una sostanza radioattiva, un radioisotopo (ittrio 90), che va a colpire, in maniera selettiva e specifica, esclusivamente le cellule neoplastiche, senza danneggiare i tessuti sani circostanti. Si tratta quindi di un trattamento intelligente, molto specifico, – prosegue il professor Zinzani – a bassa tossicità acuta e a medio e lungo termine, con la possibilità di evitare la tossicità extra-ematologica al paziente”.
“Sono molecole frutto della nostra ricerca che ora con la fusione diventerà ancora più importante – sottolinea il dottor Giovanni Fenu, direttore della divisione farmaceutica Bayer Schering Pharma Italia -. Nasce infatti una vera e propria task force in onco-ematologia che rappresenta per la nostra azienda il settore di maggiore interesse e su cui puntare di più. Già oggi, per la ricerca e sviluppo, il gruppo investe il 17% del fatturato. E il nostro Paese – spiega il dottor Fenu – riveste un ruolo molto importante soprattutto nello sviluppo clinico, negli studi di fase II e III. Un esempio per tutti: in uno studio sull’epatoma, i cui dati saranno presentati al prossimo congresso della società americana di oncologia, siamo il secondo paese dopo gli Stati Uniti per pazienti arruolati e il centro in assoluto che ha registrato più casi è italiano. Questo testimonia il nostro impegno soprattutto nella collaborazione con i centri di eccellenza che nel nostro Paese operano e sono numerosi”.
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