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20 Settembre 2006

OSTEOPOROSI: È UNA PROTEINA A SALVARE LE OSSA

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Un nuovo farmaco che ricostruisce le ossa, il ranelato di stronzio, aumenta anche l’”osteoprotegerina”, sostanza che protegge lo scheletro dall’erosione e dal rischio di fratture

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Roma, 20 settembre 2006 – E’ stata battezzata ‘osteoprotegerina’ (Opg) perché blocca gli osteoclasti, cellule ‘distruttrici’ dell’osso, responsabili della sua erosione e quindi delle fratture nelle donne dopo la menopausa. Aumentando la concentrazione di questa proteina ‘scudo’ e stimolando contemporaneamente le cellule che ricostruiscono l’osso (osteoblasti), oggi è possibile riequilibrare il metabolismo dello scheletro e ridurre il rischio di fratture osteoporotiche non solo nel breve ma anche nel lungo termine. La notizia viene dal più importante congresso scientifico su temi che riguardano il metabolismo osseo, l’American Society of Bone Mineral Research (ASBMR) che si è concluso ieri a Filadelfia, cui hanno partecipato importanti clinici italiani. La ricostruzione di osso e la produzione di osteoprotegerina è stimolata da una molecola da poco disponibile in Italia, il ranelato di stronzio. “All’ASBMR ho presentato una comunicazione sul ranelato di stronzio – spiega il prof. Sergio Ortolani, direttore del Centro malattie del metabolismo osseo dell’Auxologico di Milano – che è il farmaco meglio studiato nel lungo periodo con 2 trial di notevoli dimensioni: il SOTI che ha analizzato l’efficacia sulle fratture di vertebre e il TROPOS che ha valutato l’efficacia su tutte le altre fratture non vertebrali, incluse quelle di femore. Fin dall’inizio questi trial sono stati pianificati per avere una durata di 5 anni e per poter analizzare i dati cumulati dai 2 studi. I risultati sono di grande interesse pratico: il ranelato di stronzio è risultato efficace su tutti i tipi di fratture, anche al femore, con un’efficacia che si conferma anche a 5 anni. È la prima volta che questo succede”. “Questa molecola – spiega la prof.ssa Maria Luisa Brandi del Dipartimento di Endocrinologia all’Università di Firenze e presidente della SIOMMMS (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro) – stimola la formazione di osso ma ora sappiamo anche che aumenta la produzione di osteoprotegerina, proteina che si lega a un recettore detto ‘rank’ che blocca l’attivazione degli osteoclasti. La scoperta apre aspetti interessanti per la ricerca su un problema sanitario, l’osteoporosi, che sta assumendo proporzioni sempre più vaste ma di cui si parla poco”.

Nell’osteoporosi il riassorbimento cioè la distruzione dell’osso aumenta ad un ritmo molto superiore a quello della formazione. Fino a ieri si disponeva di farmaci ad una sola azione (bloccavano la distruzione o incrementavano la formazione) e con un difetto: con il tempo gli antiriassorbitivi inibiscono anche la formazione e gli osteoformatori aumentano anche la distruzione, annullando in parte i benefici dell’azione principale. Recentemente si è resa disponibile una terza classe di farmaci il cui capostipite è il ranelato di stronzio. “Era noto che questa molecola stimolasse la formazione di osso agendo su recettori specifici situati sugli osteoblasti – spiega la prof.ssa Brandi – ma ora si è compreso come agisce anche da antiriassorbitivo grazie alla produzione di osteoprotegerina. Questa molecola ‘disaccoppia’ il sistema riequilibrandolo in modo fisiologico. Grazie a questo originale meccanismo d’azione, che ‘ricostruisce’ l’osso nelle donne con osteoporosi, il ranelato di stronzio ha dimostrato di essere molto efficace nel ridurre il rischio di tutti i tipi di fratture, e per questo è una terapia di prima intenzione nella terapia dell’osteoporosi”. “Tutti i precedenti farmaci, gli antiriassorbitivi – precisa il prof. Ortolani – sono stati studiati solo fino a 3 anni, quindi ad oggi non abbiamo certezze sulla loro efficacia e soprattutto sulla loro tollerabilità a lungo termine. Quindi il ranelato di stronzio è il primo farmaco per l’osteoporosi che ha dimostrato di proteggere le donne dal rischio di frattura, sia vertebrale che non vertebrale, anche dopo 5 anni ”. Ma non basta. Il ranelato di stronzio è stato studiato in tutte le fasce di età, nelle pazienti giovani e anche nelle cosiddette “popolazioni speciali”, le ultraottantenni. “Finalmente le ricerche si interessano anche alle molto anziane – aggiunge la prof.ssa Brandi – che registrano il 30% di tutte le fratture per fragilità ossea e il 60% di tutte le fratture dell’anca, in ragione dell’elevata prevalenza dell’osteoporosi e dell’alta incidenza di cadute. Si è passati da un eccesso di spesa per l’osteoporosi negli anni ‘90, ad un difetto di spesa. Un’inversione di tendenza assoluta che ha creato la situazione attuale in cui il rimborso della terapia viene garantito solo alle pazienti che hanno già avuto una frattura. Ma oggi la popolazione anziana aumenta e con essa il numero delle fratture. Bisogna fare di più, aumentando le conoscenze e la comunicazione anche ai medici sull’osteoporosi.”
“Le ultraottantenni sono una fascia di pazienti in costante aumento che diventerà predominante nelle cure mediche generali del futuro – continua il prof. Ortolani – Sono pazienti fragili che spesso presentano insufficienza renale e patologie associate, quali diabete e ipertensione e sono per questo più difficili da curare delle pazienti cinquantenni, e vanno messe in terapia prima delle altre perché corrono i maggiori rischi. Inoltre, hanno un capitale osseo molto ridotto, in cui è fondamentale riuscire a ricostruire l’osso perduto per una vera protezione dal rischio di fratture, proprio quello che ha dimostrato di fare il ranelato di stronzio”.
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