domenica, 7 agosto 2022
Medinews
30 Ottobre 2003

NUMERO VERDE AIOM, 1700 TELEFONATE IN 7 MESI

Roma, 23 ottobre 2003 – Millesettecento telefonate in 7 mesi. Millesettecento storie di uomini e donne che si trovano a convivere con il cancro e al numero verde dell’AIOM (800.237.303) chiedono un aiuto, una speranza, spesso solo un conforto. Arrivano richieste da tutta Italia, ma soprattutto dalla Lombardia e dal Lazio che con Campania e Sicilia costituiscono il 49,8% delle telefonate ricevute. A volte a chiamare sono i malati, spesso i familiari, per avere il numero magico del ‘centro di eccellenza’ per il loro tumore. Tutti vengono invitati a rivolgersi con fiducia all’oncologia della propria città, gli vengono forniti gli indirizzi, gli viene spiegato che i protocolli di cura sono identici ovunque. Resta comunque il problema connesso a questo tipo di richiesta che riguarda da un lato la qualità dell’informazione e dall’altro il rapporto con il proprio medico curante. Il continuo bombardamento di notizie, spesso superficiali, la necessità di pubblicizzare le scoperte di nuovi farmaci e terapie, hanno certamente aumentato la fiducia della gente nella possibilità di curare quello che fino a una generazione fa era ‘il brutto male’. D’altra parte le cifre ottimistiche sulla sopravvivenza creano a volte aspettative eccessive. Una signora ha telefonato in lacrime. Ha raccontato la storia della sua migliore amica, colpita da tumore al seno: era stata operata e sottoposta a chemioterapia ma le cure non erano state sufficienti e i medici le avevano ormai tolto ogni speranza. “Ma non dicono tutti che non si muore più di tumore al seno? Allora i medici, in cosa hanno sbagliato?”.
Il cancro non è solo una malattia organica. Si tratta di un evento traumatico che condiziona la vita del paziente sotto l’aspetto lavorativo, familiare, sentimentale. Stravolge le abitudini, modifica i rapporti con congiunti e amici. Nello stesso giorno possono arrivare telefonate dove pazienti raccontano il loro personale modo di vivere la malattia. Un esempio? Due donne operate di tumore del seno, una calabrese l’altra della provincia di Reggio Emilia. Due esperienze, due età diverse, lo stesso male. Se la prima, madre di tre figli, si è ritrovata sconfitta dalla malattia, ripiegata su se stessa, incapace di comunicare per pudore, la signora emiliana ha raccontato il suo ‘rivoluzionario’ modo di vivere il cancro. In cura da 7 anni, è in lotta non solo contro il tumore ma contro quegli ospedali che l’avevano ‘data per spacciata’. Combatte la sua guerra, vincendola ogni giorno con contagioso coraggio. “Non sono ancora pronta per morire, non finchè riesco a gioire aprendo le finestre la mattina e respirando la vita intorno”. Sta andando avanti nonostante gli anni – più di 70 – le operazioni chirurgiche, gli innumerevoli cicli di chemioterapia.
Ascoltare le diverse esperienze dei pazienti oncologici e dei loro familiari mette in luce la necessità di preparare adeguatamente il medico curante, che deve essere in grado di gestire reazioni anche opposte allo stesso male. Non si tratta solo di curare la malattia, ma di migliorare la qualità di vita dei pazienti, individui con background culturale, esperienze e credenze propri. Il medico deve esserne consapevole e agire di conseguenza, in base all’esperienza e a tecniche comunicative che possono essere insegnate. Le parole, i gesti, forse non migliorano le possibilità di guarigione: usati correttamente, aiutano però ad alleggerire il peso della malattia.
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