martedì, 27 luglio 2021
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10 Ottobre 2003

MALATTIE CARDIOVASCOLARI: UNITA’ DI CONTROLLO SUL TERRITORIO PER RIDURRE RISCHI E COSTI SANITARI

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Mille esperti al XIII Congresso dell’Associazione Nazionale Cardiologi Extraospedalieri

Taormina, 10 ottobre 2003– Raddoppiare la sorveglianza per le persone a rischio d’infarto, ictus e morte improvvisa affiancando alle unità coronariche, che agiscono nella fase d’emergenza, altre équipe mediche specializzate nella prevenzione degli attacchi. Agili, costituite da un cardiologo supervisore e due infermieri, le ‘unità di controllo cardiovascolare’ visitano periodicamente a domicilio ipertesi, diabetici e scompensati, rilevando loro parametri come peso corporeo, pressione e frequenza cardiaca per aggiustare le terapie o prescrivere l’esame più appropriato. La proposta per prevenire gli attacchi cardiaci, salvando più vite e riducendo ospedalizzazioni ed esami inutili che fanno lievitare sempre più i costi sanitari per le malattie cardiovascolari – stimata attualmente in più di 850 milioni di euro all’anno – giunge dall’Associazione Nazionale dei Cardiologi Extraospedalieri (ANCE), riunita al Grand Albergo di Capo Taormina da oggi a domenica per il XIII congresso con mille esperti presenti. “Per ridurre morbilità e mortalità cardiovascolare e contenere la spesa sanitaria – afferma il prof. Francesco Perticone, presidente dell’ANCE – è necessario intensificare il controllo delle persone a rischio in particolare degli ipertesi, dei diabetici e degli scompensati, pazienti che incorrono più facilmente in complicazioni se non vengono monitorati con continuità dai cardiologi sul territorio”. Dai dati presentati al congresso dell’ANCE emerge che la metà degli ipertesi (circa 12 milioni nel nostro Paese) diventano diabetici e che il 70% di questi ultimi, se non lo erano prima, diventano ipertesi. Un ‘cul de sac’ a cui va aggiunto il fatto che i diabetici (più di un milione e mezzo in Italia) hanno lo stesso rischio di morte di chi ha già subito l’infarto cioè circa il 15% nei 7 anni successivi alla diagnosi. C’è poi lo scompenso cardiaco, affaticamento da dilatazione del miocardio, che colpisce circa 600mila italiani. “Quando un paziente scompensato è in cura – spiega il prof. Perticone – ma aumenta di un solo kg di peso significa che il suo cuore sta cedendo di nuovo: bisogna modificare al più presto la terapia altrimenti, entro 10-15 giorni, sopraggiunge il tipico affanno cardiaco che obbliga al ricovero, lungo in media 8-10 giorni. L’unità di controllo cardiovascolare è l’unica in grado di assicurare la visita cardiologica immediata, la tempestiva modifica terapeutica ad evitare complicazioni e l’eventuale ricovero ospedaliero solo nei casi veramente necessari. Attualmente un paziente scompensato viene ricoverato 4 o 5 volte all’anno mentre con le nuove unità di controllo cardiovascolare si arriverebbe a ridurre del 70% le ospedalizzazioni portandole a una, massimo due l’anno, con una netta diminuzione dei costi derivanti che oggi incidono per circa il 2% dell’intera spesa sanitaria nazionale”.

Nel nostro Paese le malattie cardiovascolari costituiscono la prima causa di ospedalizzazione con una stima di 1.200.000 ricoveri annui; un paziente ricoverato per tali cause costa ogni giorno al sistema sanitario circa 500 euro ai quali vanno aggiunte le spese per la prescrizione di esami errati cioè che a posteriori si rivelano inutili perché troppo o troppo poco approfonditi rispetto alla gravità della situazione. Secondo gi esperti dell’ANCE, oltre all’ipertensione arteriosa, allo scompenso e al diabete, un’altra patologia da monitorare più attentamente è la cardiopatia ischemica aterosclerotica che evolve nell’infarto (71.600 i ricoveri nel 2000, 270 milioni di euro la stima di spesa complessiva): dopo le dimissioni dall’ospedale, il paziente infartuato è avviato alla terapia domiciliare, amministrata dal cardiologo del territorio con l’ausilio del medico di famiglia. A questo punto però, qualcosa sembra incepparsi soprattutto perché, rileva il prof. Perticone, “l’impiego di alcune classi di farmaci salvavita capaci di ridurre dal 30 al 60% la morbilità e la mortalità da infarto e ictus, due dei killer più spietati con circa 250.000 decessi complessivi ogni anno in Italia, sono utilizzati solo dal 20 al 50% dei casi. Inoltre – continua Perticone – nonostante l’iperteso, il diabetico o la persona in soprappeso siano persone ad alto rischio cardiovascolare, la normativa ministeriale non prevede che questi pazienti vengano seguiti in ospedale, a meno che non si aggravino improvvisamente”. Per questo i cardiologi dell’ANCE sono sempre più impegnati ad elevare l’adesione alle terapie e a sensibilizzare sia i medici di famiglia che i cittadini alla cultura della prevenzione, sia prima degli eventi cardiovascolari che dopo per evitare le recidive. Il caso del diabetico è emblematico. “Al momento della diagnosi clinica – spiega il prof. Perticone – cioè quando la sua glicemia è superiore a 126 mg/dl, la persona con diabete ha già alle spalle una storia, clinicamente silente, di 15-20 anni di insulino-resistenza. Tale condizione, presente anche nell’obeso, nell’iperteso, nel dislipidemico, nella persona che non fa attività fisica, induce il danno vascolare responsabile dell’ictus e dell’infarto. Da questo esempio si deduce l’importanza della corretta gestione del paziente e dell’identificazione precoce del rischio cardiovascolare globale tramite un controllo costante e capillare”.
L’impegno dei cardiologi extraospedalieri dell’ANCE nella riduzione del rischio cardiovascolare è testimoniato anche dal recentissimo lancio di un nuovo sito internet (www.ancecardio.it) che oltre ad informare i cittadini, servirà a creare un continuo dialogo e aggiornamento tra ricercatori e cardiologi del territorio.

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