giovedì, 3 dicembre 2020
Medinews
29 Agosto 2004

MALATTIE CARDIOVASCOLARI, TROPPE LE MORTI EVITABILI. “TOLLERANZA ZERO CONTRO GLI STILI DI VITA SBAGLIATI”

sez,352

Appello dal XXVI Congresso Europeo di Cardiologia in corso a Monaco di Baviera

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Monaco, 29 agosto – La parola d’ordine è “tolleranza zero”. Contro il sovrappeso e l’obesità, il fumo, la sedentarietà, l’ipertensione. Contro stili di vita che minano la salute di tutti noi, con conseguenze spesso pesantissime: secondo l’OMS, il 50% dei decessi nei Paesi occidentali è dovuto ad una malattia cardiovascolare. Percentuale destinata ad incrementarsi: da qui al 2020 sempre l’OMS ha calcolato che si registrerà un incremento di 250 mila morti l’anno per patologie legate al cuore anche nei Paesi economicamente meno sviluppati. Tolleranza zero e grande attenzione agli esami in grado di far emergere i danni d’organo, prime spie dell’insorgenza di patologie cardiache. Come il controllo del livello dell’albumina nelle urine (microalbuminuria): con un semplice esame, facile e poco costoso, è possibile verificare la sua presenza, che costituisce un importante fattore di rischio. Su cui intervenire per indirizzare le misure preventive e terapeutiche migliori.
Sono queste le ricette dei 25mila delegati al XXVI congresso europeo di Cardiologia in corso a Monaco di Baviera fino al primo settembre per vincere una guerra che appare quasi invincibile e che i medici vogliono combattere anche con le Istituzioni centrali europee e i singoli governi. “Noi facciamo la nostra parte, ma si può e si deve fare di più, educando la popolazione, in particolare i giovani e giovanissimi ad avere più attenzione verso il proprio organismo – sottolinea il prof. Ettore Ambrosioni, direttore della divisione di Medicina Interna del S. Orsola di Bologna -. Un dato per tutti: nel nostro Paese le persone che hanno la pressione arteriosa superiore alla norma sono più di 17 milioni, contro i 13 milioni (22% della popolazione) delle stime ufficiali. Ma il dato più rilevante, e più preoccupante, è che solo la metà di questo grande gruppo è consapevole di correre gravi rischi per la salute e solo il 25%, uno su quattro, segue una cura”.

L’Italia è in linea con gli altri Paesi occidentali. Una ricerca del ministero della Salute americano, appena pubblicata sulla rivista “Hypertension”, evidenzia che negli ultimi 10 anni il numero degli ipertesi è aumentato del 30%: ben 65 milioni, cioè un terzo degli americani adulti, soffre di pressione alta, con una impennata nei più giovani, con un aumento dei valori già da bambini.
Ma – lo confermano le sessioni epidemiologiche del congresso – quando gli stili di vita errati si sommano all’invecchiamento della popolazione generale, ipertensione e diabete diventano sempre più frequenti. “Con danni evidenti: quando queste due patologie coesistono – afferma il prof. Giacomo Deferrari del dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Genova – si sviluppa facilmente il danno renale, col rischio di dialisi e trapianto, infarto e ictus”. “La terapia per questi pazienti – spiega il prof. Alberto Morganti del Centro dell’Ipertensione all’Ospedale San Paolo di Milano – prevede l’utilizzo degli antagonisti dell’angiotensina II, in particolare irbesartan, che non solo abbassa la pressione, ma è in grado anche di proteggere il rene”.

“Questo effetto protettivo – aggiunge Deferrari – è associato alla sua capacità di ridurre l’escrezione urinaria di albumina, precoce e inequivocabile segno di danno renale, misurabile con un semplice esame”. A dimostrarlo due studi internazionali che hanno coinvolto anche il nostro Paese. In particolare lo studio IRMA 2 che ha valutato l’efficacia di irbesartan in pazienti affetti da ipertensione, diabete di tipo 2, microalbuminuria e funzione renale normale. I risultati mostrano una riduzione del 70% del rischio relativo di progressione da uno stadio iniziale a una fase più avanzata e severa della malattia renale. Lo studio IDNT – di cui Deferrari ha coordinato il braccio italiano – ha preso invece in considerazione ipertesi, con diabete di tipo 2 e danno renale. In questi pazienti è stato evidenziata una riduzione del 20% del rischio relativo di progressione della malattia a uno stadio più avanzato. “Entrambi gli studi – conclude il prof. Morganti – hanno dimostrato che esiste un beneficio addizionale, oltre alla riduzione della pressione, nell’utilizzare questo tipo di farmaci rispetto alla terapia convenzionale”.

Ma la vera arma vincente rimane la prevenzione: “Ogni anno in Italia vengono ricoverate un milione e 200 mila persone per malattie cardiovascolari e 242 mila muoiono – conclude Ambrosioni -. Oltre la metà potrebbe essere salvata senza grossi sforzi e rinunce, solo rendendo la popolazione consapevole ed educata a stili di vita più sani”.
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