Medinews
30 Settembre 2004

L’OTTO PER MILLE PER FINANZIARE LA RICERCA, STOP AI CONCORSI PILOTATI

Le richieste del ‘Gruppo 2003’ che riunisce alcuni tra i più citati scienziati italiani al mondo

Milano, 30 settembre 2004 – Non più precarietà oltre i 35 anni e stipendi mensili di 800 euro, né promozioni favorite da gruppi di potere, ma basate solo sui meriti e le capacità scientifiche. È un diverso metodo di selezione e valutazione dei ricercatori, dei progetti e dei centri, oltre a maggiori finanziamenti e una più intensa collaborazione tra industria e università quello che chiede il Gruppo 2003 per una rinascita della ricerca scientifica in Italia.
“Il gruppo nasce per dare voce per la prima volta ai ricercatori, spesso esclusi dai dibattiti sulle riforme del sistema italiano della ricerca”. A parlare è il prof. Pier Mannuccio Mannucci, ordinario di Medicina Interna presso l’Università degli studi di Milano e ideatore del Gruppo 2003. Ne fanno parte i ricercatori italiani più citati a livello internazionale secondo l’americano Institute for Scientific Information (ISI).
Il frutto di questa collaborazione è un manifesto per la ricerca, che propone una drastica riforma della ricerca italiana secondo un sistema moderno aperto e flessibile, non rigido come quello attuale, con l’obiettivo non solo di bloccare la fuga di cervelli, ma di attrarre scienziati da altri paesi.
Il manifesto sarà illustrato al convegno ‘Il Futuro della Ricerca in Italia’, che si tiene oggi, fino alle 17.30, presso il Centro Congressi della Fondazione Cariplo. Tra gli invitati Gianluigi Magri, sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Guido Possa, viceministro del Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca, Gianfelice Rocca, vicepresidente Confindustria con delega all’Education, Roberto Schmid, Rettore dell’Università degli Studi di Pavia e Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo.

Il sistema italiano è rigido e sono scarsi i livelli di mobilità, è difficile far carriera negli organismi pubblici, i concorsi sono ancora troppo spesso pilotati e non basati sugli standard valutati all’estero, come impact factor, citation index, pubblicazioni su riviste internazionali o vendita di brevetti. Anche la retribuzione è del tutto inadeguata. Per questi motivi molti scienziati scelgono di lavorare negli Stati Uniti e Gran Bretagna, dove lo stipendio è commisurato ai finanziamenti ottenuti per progetti competitivi (grant) e lo Stato, attraverso agenzie come il National Institute of Health e il Medical Research Council, costituisce uno sportello affidabile e costante in un contesto di competizione sulla base della qualità. Niente di tutto questo avviene in Italia.
“Oggi per uno scienziato italiano è molto difficile sviluppare un’attività indipendente – afferma il prof. Ernesto Carafoli dell’Università di Padova – La scarsità di fondi e l’incertezza di un nuovo finanziamento privilegiano chi è più affermato e responsabile di grandi gruppi di ricerca”. “Invece – commenta il prof. Tommaso Maccacaro dell’Istituto Nazionale di Astrofisica – sarebbe opportuno legare in modo stretto adeguati finanziamenti al rendimento scientifico delle strutture, secondo parametri di merito valutati da opportune commissioni, esterne e indipendenti”. La competizione non va negata ma incentivata in modo salutare. “L’obiettivo – aggiunge Maccacaro – è innescare una spirale virtuosa in cui, come già succede in molti paesi, la gara tra università o centri di ricerca è continuamente al rialzo. Ciò avrebbe ricadute benefiche anche sul processo di reclutamento stimolando la ricerca dell’eccellenza”. “Per una ricerca di base competitiva è essenziale una collaborazione con l’industria – incalza il prof. Luigi Nicolais dell’Università degli Studi Federico II di Napoli – ma la trasparenza rispetto ai conflitti di interesse e la condivisione di regole devono garantire i ricercatori dal rischio di subordinazione a interessi commerciali più che scientifici.”
Metodi di valutazione meritocratici, sana competizione e collaborazione con l’industria rappresentano un valido antidoto alla debolezza della ricerca in Italia. “Il rapporto università-impresa è imprescindibile per la crescita e lo sviluppo della competitività del Paese. E’ necessaria una cultura della misurabilità fondata sulla definizione degli obiettivi, il rendiconto trasparente dei risultati, l’autonomia nel realizzarli – dichiara il dottor Gianfelice Rocca, vicepresidente di Confindustria con delega all’Education – La crescita della conoscenza, in particolare di quella scientifico-tecnologica, deve diventare un progetto paese. Ciò vuol dire definire priorità nel programma di governo, trovare risorse all’interno del sistema e stabilire aree di intervento”. È altrettanto fondamentale però affrontare il problema dei finanziamenti. Anche governi di impostazione liberista – gli Stati Uniti per primi – si sono proposti un aumento massiccio e programmato degli investimenti statali in ricerca. L’Italia non può rifiutarsi di seguire questa strada, aumentando in modo significativo, programmato e non episodico il finanziamento statale e insistendo sulla collaborazione tra industria e università nell’ambito di una ricerca applicativo-industriale per un sistema moderno ed efficiente.
Il nostro paese ha dunque bisogno di ‘normalità’, per allinearsi agli altri paesi industrializzati, ha bisogno di nuovi meccanismi di reclutamento, di valutazione, di promozione e finanziamento del sistema della ricerca simili ai paesi anglosassoni. “Qualunque tentativo di risolvere i problemi della ricerca in Italia che non metta al primo posto un rigoroso riconoscimento del merito delle persone e dei progetti è destinato al fallimento” – è questa la conclusione del dott. Carlo Alberto Maggi, direttore Ricerca e Sviluppo del Gruppo Menarini.
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