sabato, 28 novembre 2020
Medinews
7 Aprile 2006

LINFOMI: “FUOCO INCROCIATO RADIOATTIVO” SALVAVITA. MILANO CAPOFILA NELL’EMATOLOGIA D’AVANGUARDIA

In 1 caso su 3 un nuovo anticorpo monoclonale radioattivo garantisce risposte complete nei pazienti con linfoma non Hodgkin in recidiva o refrattario alle terapie standard

Milano, 7 aprile 2006 – In un campo di battaglia (l’organismo umano), cecchini ben addestrati (i medici nucleari) colpiscono con “pallottole radioattive” il bersaglio (il tumore) senza danneggiare “civili” (i tessuti sani), sfruttando un fuoco incrociato che potenzia l’azione. È quanto avviene all’interno dei pazienti colpiti da linfoma non Hodgkin e sottoposti a trattamento con un nuovo anticorpo monoclonale, l’ibritumomab, radioimmunoconiugato. “Grazie a questa formula innovativa, e in particolare al radioisotopo utilizzato – spiega Claudio Rossetti primario di Medicina Nucleare al Niguarda di Milano – il medico nucleare è in grado di veicolare l’anticorpo monoclonale direttamente ed esclusivamente sul tumore. Si riesce così a potenziarne l’azione e l’efficacia mantenendo a livelli minimi la tossicità”. L’approvazione di questo trattamento costituisce un importante passo in avanti nella lotta ai linfomi non Hodgkin che, come sottolinea Enrica Morra, primario di Ematologia, sempre al Niguarda – sono i più diffusi tumori del sangue, responsabili nell’adulto di 11mila nuovi casi ogni anno nel nostro Paese. Malattie curabili ma difficili da guarire – aggiunge l’ematologa – perché il paziente corre un rischio elevato di recidiva”. La novità sarà presentata durante l’incontro “Discutendo di radioimmunoterapia” che si terrà domani, 8 aprile, all’Hotel Gallia di Milano.

Chi viene colpito da linfoma non Hodgkin, sia indolente che aggressivo, viene solitamente trattato con chemioterapia associata ad anticorpo monoclonale non radioconiugato. Capita spesso però che il paziente risulti refrattario alla terapia o che sviluppi nuovamente il linfoma dopo un primo periodo libero da malattia. In questi casi l’90Y-ibritumomab tiuxetano (Zevalin) fa la differenza. “Ad oggi – spiega la dr.ssa Morra – la molecola è indicata per pazienti adulti con linfoma follicolare (il tipo più frequente dei linfomi indolenti) ricaduto o refrattario alla terapia con anticorpo monoclonale non radioconiugato. I risultati degli studi dimostrano la superiorità di questo anticorpo radioimmunoconiugato rispetto allo standard”. Innanzitutto in termini di sopravvivenza totale e sopravvivenza libera da malattia. “Anche il rapporto costo/beneficio – sottolinea Morra – è favorevole perché riusciamo ad ottenere risposte complete con una sola somministrazione che evita i costi e i rischi connessi a lunghe terapie di salvataggio”. “E non dimentichiamo – aggiunge Rossetti – il vantaggio in termini di qualità di vita: il paziente deve essere ricoverato in un ambiente adatto per un periodo molto breve e il trattamento risulta ben tollerato permettendo al malato di tornare a casa subito dopo la terapia”.
Solo vantaggi quindi? “La terapia non può essere somministrata ovunque – ammette Rossetti – ma in centri specializzati dove sia possibile un lavoro di equipe tra ematologo e medico nucleare in un’ottica multidisciplinare che ottimizzi la terapia a beneficio del paziente”.

Milano eccellente
Su questo fronte Milano e la Lombardia sono all’avanguardia. “La nostra Regione – spiega Morra – ospita numerosi centri ematologici di eccellenza abituati all’impiego di terapie innovative e in particolare di anticorpi monoclonali”. Nove centri hanno utilizzato o stanno utilizzando il nuovo anticorpo monoclonale radioimmunoconiugato, con risultati più che promettenti. In testa proprio il Niguarda che, come illustra la dott.ssa Morra “ha partecipato alla sperimentazione del farmaco negli anni passati ed è stato il primo centro oncologico ad utilizzarlo fuori da uno studio clinico. I primi due pazienti trattati con l’anticorpo radioconiugato, uno colpito da linfoma follicolare con residuo di malattia dopo terapia standard, l’altro da linfoma aggressivo con risposta solo parziale al trattamento convenzionale, hanno ottenuto una risposta completa. “Senza alcun effetto collaterale significativo – aggiunge il dottor Rossetti – che impedisse al paziente di tornare a casa il giorno successivo”.
I risultati ottenuti con questo anticorpo monoclonale radioimmunoconiugato sono stati talmente promettenti da suggerirne l’uso anche in altre indicazioni. A questo scopo è stato messo a punto uno studio registrativo internazionale randomizzato che valuterà l’utilizzo dell’ibritumomab tiuexetano radioimmunoconiugato in pazienti anziani con linfoma aggressivo che abbiano risposto in modo completo alla terapia di prima linea standard. “L’obiettivo – spiega la dott.ssa Morra, coordinatrice di questo studio che coinvolge circa 100 centri e 400 pazienti in Europa, Nord America e Asia – è migliorare la sopravvivenza e giustificare l’allargamento dell’ indicazione terapeutica anche ai linfomi aggressivi”.
E gli esperti prospettano un futuro utilizzo della molecola anche in prima linea, seppur in casi ben selezionati di linfomi indolenti e aggressivi.
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